La testata del Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino

L’Europa testa il vaccino russo, pensa al passaporto sanitario, ma i sovranisti si organizzano

condividi

Condividi su facebook
Condividi su whatsapp
Condividi su twitter
Condividi su email

L’Agenzia Europea dei Medicinali (Ema) ha avviato oggi, 4 marzo, la procedura di revisione per il vaccino russo Sputnik V. Il verdetto arriverà dopo una valutazione dei dati di produzione e delle cartelle cliniche dei volontari. Dopo Pfizer, Moderna e AstraZeneca, ora sembrano quindi aprirsi le porte per il siero di Mosca, di cui sarebbero pronti già 50 milioni di dosi a partire da giugno.

La scelta dell’Ema sembra essere una risposta ai crescenti malumori dei singoli Stati per i ritardi dell’approvazione dei vaccini da parte dell’Agenzia Europea dei Medicinali. Oggi, infatti, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz incontrerà a Tel Aviv il primo ministro israeliano Netanyahu per discutere della produzione congiunta dei vaccini di seconda generazione, voltando le spalle all’Unione. Sarà con lui anche la premier danese Frederiksen. Austria e Danimarca, aveva detto Kurz, “non intendono più affidarsi alla Ue e svilupperanno insieme a Israele i vaccini di seconda generazione contro le mutazioni del coronavirus e faranno ricerca comune per le cure”. Bruxelles, dal canto suo, aveva minimizzato, definendo la scelta dei due stati come legittima e potenzialmente portatrice di “valore aggiunto alla strategia dell’UE”.

Non che ci fossero troppe alternative, data la delicatezza del momento. Le “fughe” verso l’estero, infatti, non riguardano solo la produzione, ma anche l’approvvigionamento. L’Ungheria ha da tempo iniziato la somministrazione del vaccino cinese, così come di quello russo Sputnik V, le cui prime dosi sono arrivate anche in Slovacchia e arriveranno presto anche in Repubblica Ceca. Mosse che si inseriscono in una più grande iniziativa del “gruppo Viségrad”, Polonia inclusa, per negoziare autonomamente l’acquisto massiccio di dosi cinesi e russe, in risposta alla lamentata lentezza dell’Unione Europea nel fronteggiare l’emergenza pandemica.

In Italia

Accenni di sovranismo sanitario tornano a manifestarsi anche in Italia. Il leader della Lega Matteo Salvini, infatti, ha incontrato ieri a Roma i vertici di San Marino per spingere anche nel nostro Paese l’acquisto del vaccino russo nonostante l’Ema non avesse ancora nemmeno manifestato l’intenzione di revisionarlo. Un’iniziativa sposata anche dal presidente dell’Emilia Romagna e della conferenza Stato-Regioni, Stefano Bonaccini: “Chiediamo chiarezza su Sputnik. Se ha validità, ci attendiamo l’approvazione e l’acquisto”. Qualche giorno fa, Salvini aveva parlato con il ministero della Salute di San Marino: “Sono pronti a fornire migliaia di dosi anche per gli italiani che lavorano o vivono vicino alla Repubblica” aveva detto il leghista. È partita, poi, l’operazione per una produzione autonoma di vaccini contro il Covid, con diverse aziende che hanno manifestato interesse a parteciparvi. Serviranno da sei a otto mesi per la realizzazione delle prime dosi, che costituiranno un aiuto nella creazione dei prodotti di Pfizer, Moderna, AstraZeneca e altri. L’impostazione del progetto è stata delineata nell’incontro di martedì tra il ministro dello Sviluppo Economico Giorgetti, il presidente di Farmindustria Scaccabarozzi, il presidente dell’Agenzia del farmaco Palù, il nuovo commissario per l’emergenza Figliuolo e il sottosegretario alla presidenza del consiglio Franco Gabrielli. Oggi Giancarlo Giorgetti ha incontrato il commissario europeo al Mercato Interno Thierry Breton, responsabile della task force sui vaccini. Il meeting ha avuto come focus la discussione sulla disponibilità al trasferimento tecnologico dei brevetti. “Abbiamo previsto e creato un meccanismo che permette alle aziende che desiderano collaborare di avere un accesso al brevetto, è una soluzione che già esiste” ha detto Breton, “Il mio ruolo è quello di facilitare questo processo. In Italia già ci sono dei dialoghi in corso tra queste aziende”.

Sul fronte continentale, verrà formalizzata il 17 marzo la proposta sul “Digital green pass”, il passaporto vaccinale che dovrebbe consentire gli spostamenti all’interno dell’Unione Europea. La Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, si era detta favorevole alla discussione in sede UE riguardo all’elaborazione di una normativa in tal senso, affermando – attraverso la portavoce – che “è importante avere un documento che attesti la vaccinazione, non solo contro il Covid-19 ma anche contro tutti gli altri tipo di malattie per cui esistono vaccini”. La legge, che avrà forma di regolamento, necessiterà comunque di circa tre mesi per essere attuata. Dall’inizio dell’estate, poi, le amministrazioni nazionali potranno dar seguito ai passaggi interni. La proposta di un simile passaporto, però, presenterebbe diverse criticità. Alcuni osservatori fanno notare come, al momento, le strategie vaccinali non siano uguali in tutta l’Unione, e prevedano diversi criteri di somministrazione potendo contare su diverse quantità di dosi. Inoltre, non vi sarebbero sufficienti dati a sostegno dell’efficacia dei vaccini rispetto alla trasmissione dell’infezione, e nemmeno riguardo la durata effettiva dell’immunizzazione. Ciò potrebbe portare a discriminazioni sulla base di criteri indipendenti dalle persone stesse.