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L’economia della pace può ancora vincere

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“Davvero la spesa militare fa crescere l’economia? Quali sono le conseguenze economiche della guerra? Riusciremo a difenderci senza tagliare sul welfare?” Sono queste le domande con cui Stefano Sacchi, politologo del Politecnico di Torino, introduce la lectio “Economia della pace” al Polo del 900 di Raul Caruso , economista della pace all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano: domande che assumono una rilevanza ancora maggiore nell’attuale contesto geopolitico, a pochi giorni dall’annuncio del piano ReArm Europe da parte di Ursula von der Leyen.

ReArm Europe prevede 800 miliardi di euro spesa, “600 dei quali derivanti dalla capacità fiscale nazionale in capo ai singoli Stati , 150 miliardi da prestiti e il resto da riallocazioni di spesa”, spiega Sacchi. Questo riarmo, però, avverrebbe con con armi convenzionali: “Avrebbe gli stessi effetti di deterrenza del riamo nucleare?”, si interroga ancora Sacchi.

Quando Caruso inizia a rispondere, lo fa ricordando la riflessione teologica di alcuni frati francescani che, nel XVI secolo, sostenevano che l’usura – ma oggi lo chiameremmo prestito di denaro a interesse – fosse giustificabile “nella misura in cui il prestito avviene per finanziare attività che contribuiscano ad aumentare il valore della società”.

La guerra, argomenta Caruso, rappresenta la negazione di questo principio: “Produce profitto per alcune imprese – e non solo – ma non accresce il valore della società”. Esistono infatti attività improduttive neutre, che hanno un valore transattivo, e attività improduttive distruttive, sia fattualmente sia potenzialmente, come appunto la guerra. Secondo Caruso, “se dedichiamo le nostre risorse a ciò che è produttivo, riusciamo a rendere la guerra troppo costosa in termini di costo-opportunità: quando c’è creazione di valore, scegliere la guerra implica rinunciare a molte cose”.

Lo aveva già intuito John Maynard Keynes nel suo Le conseguenze economiche della pace, uscito nel 1919, in cui sosteneva che “perché si creino dei valori, bisogna interagire” e cioè commerciare. Keynes, infatti, all’indomani dell’accordo di Parigi, aveva proposto di costringere gli ex Paesi belligeranti a commerciare in un’area di libero scambio per almeno cinque anni.

“Il commercio tra democrazie – prosegue Caruso – ha un valore diverso rispetto a quello con gli autoritarismi. Inoltre, si deve considerare la natura della merce di scambio: un conto è acquistare petrolio, un altro è essere in una catena del valore in cui le manifatture sono legate e interdipendenti”, cioè creano del valore. “Ed è per questo che la Russia è condannata a fare la guerra: esporta solo risorse naturali e armi, ha livelli di industrializzazione inferiori a quelli dell’Urss” propone Caruso. Ma bisogna stare attenti: “più cresce il commercio di armi, e meno si commerciano beni civili: commerciando armi contribuiamo all’instabilità”. Dietro allo scambio e alle imprese, poi, ci sono gli investimenti “che, quando sono significativi, hanno un effetto pacificatore”.

Alla domanda di Sacchi – “davvero la spesa militare fa crescere l’economia?” – Caruso risponde così: “Quella secondo cui le armi fanno bene all’economia è una vecchia bugia nazista”. Infatti, “la più importante delle risorse, il capitale umano, con la guerra viene sottratto alla produttività civile: questo determina una diminuzione della produttività di un Paese”. Senza contare che, come tutte le voci di spesa pubblica, “anche la spesa militare aumenta il debito pubblico, talvolta anche in maniera incontrollata: la cifra del ReArm Europe stessa è stata creata a tavolino”. Quanto invece alla questione della sicurezza, nota Caruso: “Almeno in teoria, una deterrenza stabile con un numero di attori maggiore di due è molto rara, a meno di alleanze composite.

Soprattutto, la deterrenza con armi tradizionali è instabile: perché la deterrenza funzioni bisogna essere o molto disarmati o molto armati con il nucleare”. Ma questo non basta se, come sostiene Caruso, “al cuore della deterrenza c’è la credibilità: come Unione europea non siamo credibili, dato che il nostro esercito comune non è che la somma degli eserciti nazionali”. La precondizione per il riarmo è “una riforma istituzionale. Ci vorrebbe un ente indipendente dai governi che controlli il commercio di armi, che stabilisca dei criteri per la suddivisione del riarmo: al momento rischiamo infatti di aumentare una differenza strutturale nella quale i Paesi meno armati sono quelli più esposti”.

Le proposte dell’economia della pace sono tre: in politica interna, il rapporto tra investimenti per l’educazione e spesa militare dovrebbe essere di 3:1. Infatti, investire oggi sulla formazione “aumenta la produttività futura”. A livello europeo, invece, si dovrebbe immaginare uno spazio economico per quando la guerra sarà finita: come saranno integrate la Russia e l’Ucraina a combattimenti conclusi? “Dobbiamo integrare l’Ucraina non solo con la ricostruzione, ma mettendo a fattore comune il settore dell’agricoltura, che ottiene il 35% del budget europeo”. Su scala globale, poi, “è necessario un controllo degli armamenti, il cui mercato oggi è totalmente liberalizzato. L’aumento della disponibilità di armi a livello globale ha contribuito al disastro della guerra in Yemen”. Pragmaticamente, Caruso propone: “I grandi Paesi dovrebbero impegnarsi in un buyback delle armi ai Paesi in via di sviluppo, che avrebbero interesse ad accettare perché, dopo il Covid, hanno altissimi livelli di debito: un’iniezione di liquidità sarebbe per loro un sollievo”. E per ovviare alla possibilità che gli stessi Paesi si riforniscano di armi da altre nazioni belligeranti, sarebbe necessario pensare a “uno stock di incentivi economici che quei Paesi perderebbero se commerciassero in armi con Paesi inclini alla guerra, come Russia o Corea del Nord”.

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