Lasciò tutto alle figlie e liberò lo schiavo. Il testamento visionario di Marco Polo

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Il più grande viaggiatore di tutti i tempi, così è ricordato Marco Polo. Eppure, della sua esistenza abbiamo poche prove scritte, oltre al celebre Milione, che il veneziano dettò a Rustichello da Pisa. Tra queste la più importante è il suo testamento, datato 9 gennaio 1323 (che corrisponde al 1324 in realtà, dato che l’anno veneto iniziava a marzo), che ci è pervenuto piegato in una piccola scatola di legno a forma di libro e attualmente si trova nella Biblioteca Marciana di Venezia. Il documento, che misura una settantina di centimetri, però, è ormai troppo antico e delicato per poterlo esporre in modo adeguato a tutti i visitatori quindi si è deciso di farne un “clone”, che è stato presentato oggi, 14 giugno, nel Gran Salone dei Ricevimenti di Palazzo Madama, e sarà esposto al Mao fino al 15 settembre nell’ambito del progetto “Ego Marcus Paulo volo et ordino”.

Perché si è deciso di lavorare sul testamento di Marco Polo?

Forse per la sua modernità. Esso è il contraltare del Milione e mostra l’interiorità del viaggiatore veneziano e anche le sue idee, che sono molto diverse da come noi ci aspetteremmo. Come ha detto Tiziana Plebani, curatrice del volume di studi che accompagna l’evento, “nel documento leggiamo la preoccupazione di Marco per la morte, il fatto di non voler morire senza testamento, che per il tempo era davvero una grande preoccupazione. Mette insieme trascendente, oggetti quotidiani e affetti. Ma la sua più grande particolarità è che è un testamento tutto al femminile”. Il mercante infatti aveva tre figlie e nessun erede maschio. Solitamente, anche se a Venezia le donne avevano maggiori libertà rispetto al resto d’Europa, la trasmissione ereditaria era per via maschile e in assenza si cercava nei collaterali. “Marco Polo non lo fa – ha continuato la dottoressa – e il suo testamento è tutto chiuso nell’intimità familiare della moglie e delle tre figlie”. Ad ereditare gran parte del patrimonio sarà Fantina, che dovrà anche difenderli in un processo. “Alla morte del marito, visto che la famiglia del coniuge voleva tutti i beni dei Polo, lei intenta un processo. Ci sono delle sottolineature nel documento che dimostrano che ha portato il testamento in tribunale e che commissarie della eredità erano tutte e tre le sorelle Polo. Dunque questa copia del manoscritto era quella ad uso della famiglia Polo”. Per questo processo è stato anche prodotto un inventario dei beni e così sappiamo cosa Marco Polo aveva portato con sé dai sui viaggi in Cina: tra gli altri oggetti troviamo panni tartareschi, un copricapo, la bocheta, dell’aristocrazia mongola, pepe, muschio, che all’epoca era un profumo costosissimo, la zoia, il passaporto del khan, in oro e pietre preziose e “Sacheto uno de pelo che è dela bestia” cioè uno yak. Ma non è questo l’unico elemento di modernità: “Tra le donanzioni ai monasteri, per la salvezza dell’anima, e alle varie associazioni e corporazioni c’è anche la dichiarazione di voler liberare Pietro, il suo fedele schiavo di origine tartara, in segno di gratitudine per il suo lavoro in tutti quegli anni e a cui rimette anche alcuni debiti”.

Altro segno di modernità, che hanno voluto far risaltare il giornalista Alessandro Marzo Magno e Pieralvise Zorzi, figlio di Alvise, giornalista e scrittore sotto la cui ala il progetto è iniziato, è il gran numero di fake news che circonda Marco Polo. “È oggetto di bufale che tornano spesso – hanno detto –. La prima è che sia croato, nato sull’isola di Curzola. Non è vero. Questa leggenda è nata nel 1856 da parte di un abate dell’isola di Lesina che stava scrivendo un dizionario dei dalmati illustri ci mise marco polo, per dar lustro alla sua nuova patria. È stato smentito da una studiosa croata nel 2013 e comunque, ammesso e non concesso che sia vero, l’isola di Curzola era feudo veneto e dunque era veneto”. L’altra bufala è che Marco Polo abbia portato gli spaghetti dalla Cina. Ma è un’invenzione pubblicitaria del 1929 del National Macaroni Manufacturers Association. Oppure si dice che non sia davvero andato in Cina, poiché non parla degli spaghetti e della Grande Muraglia. “Ma qui fortunatamente ci viene in aiuto il testamento”. E non è vero neanche che il Milione, vero e proprio best seller, tanto che Carlo V ne aveva tre copie e Margherita di Borgogna ne possedeva una finemente miniata, sia stato scritto in una cella, come si pensa. Infatti, come ha detto Zorzi, “i prigionieri pisani dopo la battaglia della Meloria godevano di un regime di semilibertà e avevano istituito una specie di scriptorium, dove conducevano lavori da casa editrice e Rustichello da Pisa è stato una sorta di editor”.

Tutto questo è stato possibile grazie al lavoro di Scrinium, una casa editrice molto particolare, che è specializzata proprio nella creazione di copie simili in ogni particolare di manoscritti antichi.

“Scrinium realizza cloni eccelsi – ha detto Alessandro Marzo Magno –. Fanno lavori fantastici che sono difficilmente immaginabili e riproducono gli originali con un livello di accuratezza tali da renderli sovrapponibili. Riproducono le stesse pieghe e gli stessi difetti”. La casa editrice in precedenza aveva lavorato su altri documenti importantissimi, come la bolla “Antiquorum habet fidem” con cui Bonifacio VIII ha indetto il primo giubileo, le pergamene degli atti integrali del processo ai Cavalieri Templari o gli scritti autografi superstiti di San Francesco. “Noi siamo cultori della materialità – ha detto Ferdinando Santoro, presidente di Scrinium – e crediamo che la tecnologia possa aiutarci a restituire segreti inesplorati, conservando la materia delle cose”.

Secondo Marco Guglielminotti, presidente del Mao, “l’opera di Marco Polo è un simbolo di tutto ciò che ha spinto l’essere umano verso l’ignoto e la scoperta. Senza Marco Polo il nostro mondo non sarebbe mai quello che è stato. Ha incarnato il senso di evasione ed esotismo non fine a se stesso, ma per la conoscenza di altri popoli. Sono contento che questo documento possa continuare ad esistere come oggetto. Permette di continuare a sognare e ricorda che il mondo è altro rispetto a quello digitale in cui tutti noi sempre più viviamo”.

Per il direttore della Biblioteca Nazionale Marciana, Stefano Campagnolo “è una delle cose migliori che la città di Venezia potesse fare per onorare Marco Polo. Tra le tante devastazioni di Napoleone c’è stata quella di disperdere le spoglie mortali del mercante. La città in questi due secoli non ha rimediato, perché il monumento a Marco Polo, spesso annunciato, non è mai nato. La biblioteca ha voluto contribuire con questo piccolo monumento”.

JACOPO TOMATIS