La testata del Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino

La vita oltre la dad. Quali alternative per la scuola?

condividi

Condividi su facebook
Condividi su whatsapp
Condividi su twitter
Condividi su email

Ieri a Milano e in altre 34 città italiane genitori, professori e alunni della scuola di tutte le età sono scesi in piazza per manifestare, con cartelle colorate e campanelle, contro il ritorno obbligato in didattica a distanza. Una frase ricorrente, scritta sugli zaini e nei cartelloni, era: “Per il governo i ragazzi non esistono”.

Il 15 marzo, con l’inasprimento delle restrizioni per combattere i contagi, 9 studenti su 10 nel nostro paese hanno dovuto nuovamente lasciare le aule e tornare a seguire via webcam le lezioni, dalle elementari fino all’università. La misura, in contrasto con le parole recenti di Mario Draghi e del ministro Patrizio Bianchi riguardo un recupero dell’attività in presenza, risulta controversa.

A marzo 2021, gli strumenti, le risorse, le idee e le possibilità di interagire in modo coinvolgente e umano (ma in sicurezza) tra studenti e insegnanti sono le stesse di un anno fa. Secondo l’ultimo rapporto Istat sul Bes (Benessere economico e sociale), l’8% degli allievi delle scuole italiane di ogni ordine e grado non ha avuto un corretto accesso alla dad per mancanza di adeguata strumentazione. Mancano dati ufficiali, ma in Piemonte secondo l’assessora all’istruzione e al lavoro della Regione Elena Chiorino la percentuale si aggirerebbe intorno al 6% .

Anche il mondo della politica si esprime in maniera critica verso questa scelta. Pochi giorni fa la sottosegretaria all’Istruzione Barbara Floridia ha avanzato la richiesta di permettere almeno ai più piccoli di andare a scuola nelle zone rosse. Per l’assessora Chiorino: “La scuola non è sacrificabile e l’aula è importante per i ragazzi. La dad crea delle spaccature, disparità e disuguaglianze. Io sento un Cts che dà indicazioni su cosa chiudere, quando a mio avviso il lavoro che serve è il contrario, ovvero come fare per tenere aperto. Io sono madre di tre figli e mi dissocio dal governo, perché stiamo indebitando la generazione a cui stiamo togliendo la scuola. A loro dovremmo garantire almeno il diritto allo studio”.

La didattica a distanza è una misura che arreca disagio a professori, genitori e soprattutto studenti. Su di loro si ripercuotono problemi e difficoltà emotive e psicologiche profonde in una età di formazione e crescita. Ne avevamo già parlato in un’edizione del nostro TG:

Ma esistono soluzioni alternative alla Dad? In un lungo articolo del 27 novembre, in piena seconda ondata, Internazionale ha raccontato come la gestione della scuola durante la pandemia sia stata affrontata in diversi paesi del mondo: In Irlanda e nei Paesi Bassi, pur in una situazione di crisi, si è deciso di vietare gli eventi pubblici e chiudere molti esercizi commerciali, mantenendo però aperte le scuole. Risultato? La curva dei contagi nei due paesi è scesa dopo poche settimane.

La chiusura della scuola e l’isolamento sociale hanno effetti pesanti in termini psicologici, con danni potenzialmente permanenti. Ma anche su questo fronte non mancano soluzioni interessanti. In un report di OECD si fa riferimento a un protocollo adottato nelle scuole in Nuova Zelanda nel 2011, a seguito del violento terremoto che sconvolse il Paese. Oggetto di analisi era la cura dei bambini traumatizzati. Con l’ausilio di operatori sociali, counsellor e psicologi, si cercava di affrontare i problemi legati all’ansia, all’isolamento sociale e allo stress dei più piccoli.

Questo approccio dieci anni fa ha aiutato molti bambini nella contea di Canterbury in Nuova Zelanda ed è stato utilizzato anche a seguito del terremoto di Kaikoura nel 2016. Ancor più di recente, lo stesso metodo è stato usato nel 2019 dopo gli attacchi terroristici di Christchurch. In un anno, il programma promosso nelle scuole ha aiutato oltre 1500 ragazzi. L’amministratore delegato del consiglio distrettuale della salute David Meates ha suggerito la possibilità di estendere il programma, oltre alle scuole primarie, anche agli studenti delle superiori e dell’università. Il rapporto dell’OECD lo menziona come possibile risposta delle scuole per garantire il benessere psicologico degli studenti nelle situazioni di stress post traumatico legato al Covid.

(Seguono aggiornamenti)