“Speranza. È questo ciò che vuole il pubblico, non solo notizie negative”. Lo spiega Yelyzaveta Kovtun, ceo di Frontliner Ua. “Ma quando attorno a te vedi solo cadaveri non è così facile”: mantenere alta l’attenzione dopo anni di conflitto è la sfida che il sito di informazione in questione sta affrontando in questo momento.
Una problematica che si riflette direttamente sui giornalisti che collaborano al progetto. “I nostri inviati, che sono sempre in prima linea, faticano talvolta a guardare oltre: temono per il loro futuro e non si possono mai distrarre, perché vivono sul fronte in cui lavorano”. Questo significa vivere un burnout durante la guerra: “Qualcosa di davvero diverso rispetto al resto del mondo del giornalismo”. La soluzione per Lisa “può sembrare assurda, ma è semplicemente fare squadra, investire nel team” anche a livello emotivo.
Sul fronte, condividono le giornaliste ucraine impegnate sul fronte, non si sa mai cosa può accadere. Anche rispetto all’inizio della guerra le condizioni sono cambiate, complice anche il mutamento del sistema ucraino: prima del 2017, infatti, mancavano le norme adatte per la tutela dell’informazione. Il pubblico ha però incentivato il cambiamento, supportando il giornalismo indipendente. L’istinto di adattamento è la chiave per resistere ai lunghi anni di guerra. “Abbiamo imparato a essere flessibili” spiega Ola Myrovich, ceo di Lviv Media Forum, in occasione del panel Ukranian journalism under fire: media resilience in the fifth year of war. “I giornalisti si trovano per esempioa operare senza elettricità”. Mariya Frey di Suspline Ukraine conferma e racconta: “I nostri giornalisti devono essere molto più multitasking, oltre a preoccuparsi della loro stessa sicurezza, oggi lavorano per più media contemporaneamente”. Cambia così l’attrezzatura, ben più ingombrante di una volta. “Tutto – aggiunge Myrovych – per garantire un’informazione libera, in grado di attirare l’attenzione in un momento in cui la gente tende a scrollare tutto il giorno” senza soffermarsi sulle notizie più impegnative.
Un aspetto che il giornalismo indipendente, sempre professionale ma “mai imparziale” – come condividono tutte le oratrici – deve garantire, non solo per la propria sopravvivenza, anche, ma anche per il bene della democrazia.