Il valore dei concerti può andare ben oltre il palco. Nel 2022, per esempio, la tre giorni di musica messa in piedi da Cosmo ha dato uno scossone al settore, sfidando le restrizioni sul distanziamento imposte dal governo per via della pandemia da Covid-19. A 4 anni di distanza dai fatti, il regista Pietro Fuccio, fondatore dell’agenzia Dna concerti, ma che ora si dedica al mondo del cinema, ripercorre quell’evento nel documentario “La prima festa”, che sarà proiettato in anteprima assoluta al Seeyousound festival di Torino giovedì 5 marzo.
Dopo tanti anni nel settore della musica dal vivo, perché hai deciso di passare al cinema?
“È semplicemente una cosa che avevo sempre voluto fare. Ho un po’ pensato ‘ora mai più’. Non si vive in eterno e non volevo portarmi nella tomba il rimpianto di aver fatto sempre la stessa cosa. Penso che nella vita, se si ha la possibilità, ogni tanto si deve cambiare. Non dico che sia sbagliato per chi per chi non lo fa, ma c’erano delle altre cose che volevo provare. E poi, quello dei concerti è un settore che da qualche anno a questa parte è facile non rimpiangere. Diciamo che lo ringrazio per avermi agevolato in questo”.
Nei giorni della Prima festa dell’amore di Cosmo, avevi già in mente che fosse un evento importante e quindi che ci fosse bisogno di tirarne fuori una testimonianza per il futuro?
“Tecnicamente l’idea di documentarlo mi è venuto proprio a ridosso di quelle date, credo ad aprile stesso. All’inizio non ho avuto subito l’impressione che sarebbe stato un evento importante, ma che forse non sarebbe stata percepita tutta la storia che c’era dietro. Penso che, per tutte le cose che riguardano la musica dal vivo, la caduta dura 5 minuti e poi succede qualcos’altro non di dico di più importante, ma di più nuovo, che si mangia l’attenzione su quello che era successo 5 minuti prima. Quindi ho sentito un po’ la necessità di recuperare questo deficit di attenzione che ci sarebbe stato sulla cosa, perché pensavo che dovesse avere una certa rilevanza. Avendo la sensazione che non sarebbe andata così, mi è nata l’idea di farci un film“.
Perché riproporre questa storia proprio ora?
“Ti potrei rispondere, con una battuta, che ho aspettato per anni una nuova pandemia per dire: ‘Ok, adesso’. La verità è che, per ragioni di budget, il film l’ho fatto praticamente tutto io da solo, imparando a fare cose che non avevo mai fatto prima, tipo montare. Quindi ci ho messo un po’ di tempo“.
Verrà distribuito anche in altre sale, dopo l’anteprima al Seeyousound?
“Difficilmente ci saranno altre proiezioni. Dall’inizio io e tutte le persone coinvolte abbiamo visto questo progetto come un esperimento, non l’avevamo pensato come qualcosa da far girare”.
Allora da dove viene la scelta del Seeyousound? C’è un legame particolare?
“Il legame c’è, perché sono persone con cui abbiamo lavorato nel corso degli anni, anche perché alcune di loro sono anche nel mondo dei concerti. La scelta però in realtà è stata più loro. Dopo aver visto il film, hanno detto: ‘Ok, te lo presentiamo noi’. E di questo, ovviamente, gli sono molto riconoscente”.
Rivedere queste immagini e lavorare al progetto ti ha portato a fare un paragone con la situazione che attualmente vive la musica dal vivo? Si percepivano già segnali di un cambiamento nel mondo dei concerti?
“Assolutamente sì. Quando ho cominciato a lavorare al film, non avevo il terzo atto, cioè non sapevo come sarebbe finito. Nel riguardare le immagini e nell’intervistare Marco (Cosmo, ndr) mi sono detto: ‘Ma è ovvio quale sia l’atto finale: la forza, la potenza di questa cosa qui’. Era diventata talmente scontata che c’è voluto un evento del genere per portarmi a dire: ‘Guarda cosa ti eri perso e guarda cosa potresti ritrovare’. Anche a uno come me, uscito in maniera abbastanza disillusa e dispiaciuta dal settore, questo film ha fatto pensare che la musica dal vivo è una figata. Il problema è che non tutti i concerti sono uguali, un artista non è uguale a un altro, ma soprattutto ci sono modi diversi di farli, che portano a coinvolgimenti diversi.
Ti faccio un esempio. Prince, uno dei miei artisti preferiti, quando era in tour e suonava nei palazzetti davanti a 10mila o 20mila persone, poi si cambiava, si metteva in macchina e andava in un club da 500 persone a fare un altro concerto con la sua band. Chi glielo faceva fare? Per fare un live, non aveva bisogno di riempire uno stadio di Led wall. Non ho nulla contro questi show, però ce ne dovrebbero essere di tutti i gusti, altrimenti la gente desidera solo questi grandi eventi”.
Com’è stata invece la fase delle interviste per il film?
“Considerato che ho dovuto intervistare anche me stesso, abbastanza ridicola. Ma sicuramente è stato interessante rivedere dal punto di vista di quattro persone, me incluso, come avevamo vissuto questa cosa. È stato bello vedere come certe risposte le avrei potute scrivere io indovinandole al 99%, mentre altre mi hanno spiazzato. Marco per esempio me ne ha date alcune che non mi aspettavo proprio e che mi hanno messo anche in difficoltà per il film, perché non andavano dove volevo andare io. Invece poi mi sono detto che mi si stavano aprendo delle possibilità di vedere questa cosa da un punto di vista complementare. E così, sono usciti fuori un tanti passaggi del film che nella mia testa non c’erano.
Rivedersi dopo un mese, due o anche sei è una cosa che non si fa mai nei concerti. Non ci si chiede “che ne pensate?”, “cosa vi è piaciuto?”, “cosa non vi è piaciuto?”, “cosa vi è rimasto?”. Perché c’è sempre troppa fretta di fare il prossimo live senza avere incamerato quello precedente”.