“L’Europa ha messo i conflitti al centro della propria cultura”: Fabio Armao, professore di relazioni internazionali dell’università di Torino, ripercorre così la storia e le guerre che ne hanno fatto parte. Annalisa Camilli – giornalista di Internazionale – introduce l’evento di Biennale democrazia “Capitalismi e guerra” con un breve excursus sui conflitti attualmente attivi nel mondo, in totale 54. Dopo il crollo del muro di Berlino, “da europei abbiamo sperato che ci aspettasse un’era di democrazia ed equa distribuzione – dice Camilli -, ma in realtà abbiamo dovuto fare i conti con l’internalizzazione di capitali e un’élite che ha più influenza dei governi”. Per Armao, le cosiddette “nuove guerre” iniziano proprio nel 1989, “con il passaggio dall’economia di stato all’economia di mercato e una privatizzazione sempre più presente”.
Secondo il professore “la guerra non ha niente di naturale, è un fenomeno culturale costruito nel corso di millenni” che è presto diventato centrale per l’Europa. “Nel 1800 gli europei controllavano il 35 per cento della superficie terrestre, nel 1914 più dell’84. La storia di lungo periodo ci mostra come la civiltà europea si sia evoluta in una perfetta intesa tra stato e capitalismo”.
Prima che iniziasse il conflitto russo-ucraino, “i conflitti erano lontani dal contesto europeo, ma non avevano cessato di esistere”. Le guerre contemporanee “hanno un obiettivo principale, l’urbicidio – la distruzione della città -, vogliono distruggere ogni forma di socialità e l’idea stessa di politica. La distruzione sistematica del contesto urbano, le migrazioni forzate e i successivi campi di rifugiati non sono altro che le conseguenze di questo nuovo obiettivo”. Ovviamente, tutto ciò ha un impatto e “genera un nuovo totalitarismo che si esercita in forma frammentata su porzioni molto estese di territorio”. L’urbicidio non è l’unica caratteristica: “le guerre hanno delle conseguenze ambientali devastanti e portano all’ecocidio”. Armao non è ottimista, perchè “purtroppo non ci sono grandi prospettive per il futuro. Le vecchie generazioni hanno una responsabilità maggiore, abbiamo fatto più errori e abbiamo avuto più tempo per farli. Le élite politiche continuano a ragionare come se il mondo finisse con noi stessi”.
La tendenza alla distruzione del periodo attuale preoccupa il professore: “È indubbio che oggi stiamo vivendo un’accelerazione senza precedenti. Gli eventi degli ultimi mesi, come l’elezione di Donald Trump, sono devastanti”. Il nuovo presidente Usa è “sintomo del trionfo del potere del mercato sulla politica”. Il sistema democratico si sta trasformando sempre più in una “democrazia del mercato”. “L’ipotesi più probabile non è un confronto totale tra Stati Uniti e Cina, ma il mantenimento dei micro-conflitti che danno profitto al capitalismo. Io immagino – spiega – un’alleanza tra oligarchi per spartirsi le risorse del pianeta”.
“Quello che serve – conclude – è una mobilitazione dal basso. Per nostra fortuna le giovani generazioni non hanno la cultura del nazionalismo e della guerra nel Dna. Bisogna sensibilizzarli, in modo che si oppongano al conflitto. Trovo pericolosa l’idea di fare propaganda con un grande progetto di riarmo, di cui anche il nome – rearm Europe – è uno slogan”.