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“La buona notizia è che le guerre finiscono”: Alessandro Barbero a Biennale democrazia

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“Guerre e paci”. Questo il titolo della nona edizione di Biennale Democrazia, che non poteva che iniziare così: con una riflessione sul confine tra i due poli, la fine dei conflitti. “Come finiscono le guerre?” è la domanda che ha animato il primo incontro della manifestazione, nel suggestivo teatro Carignano per quest’occasione completamente sold-out. Complice la presenza di uno dei volti più noti della divulgazione nel nostro paese, Alessandro Barbero, storico medievista, qui in dialogo con Manuela Ceretta, storica del pensiero politico utopico.

La conversazione tra i due inizia con una domanda che è quasi di auto-critica per chi di storia si occupa o è appassionato/a: perché le guerre appassionano così tanto, ma la loro fine no? Chiunque ricorda della famosa “goccia che ha fatto traboccare il vaso” che diede inizio alla Prima guerra mondiale, l’assassino dell’arciduca Francesco Ferdinando, con tanto di frase fatta. La stessa memoria non è riservata alla fine di quello stesso conflitto che sconvolse il mondo.

La risposta di Barbero a questo enigma è – volente o nolente – una risposta di speranza. “Le guerre e le rivoluzioni (aggiunge sorridendo, ndr) sono appassionanti come argomento di studio perché in genere sono fenomeni che cominciano e finiscono in momenti precisi”. Il loro inizio è sorprendente, la loro fine inevitabile “e studiare qualcosa di inevitabile è meno emozionante”. Qui si nasconde il dato di fatto a cui forse serve aggrapparsi di questi tempi: “La buona notizia è che le guerre finiscono, sono sempre finite”, non pensiamo alla loro fine perché la diamo per scontata.

A questa mancanza di riflessione sulla costruzione della pace si aggiunge la sicurezza frutto dello “spirito del tempo” emerso dopo la Seconda guerra mondiale. Da quel momento, in occidente si è detto che “un mondo senza guerre è possibile”, racconta Barbero. “Ma poi questo pensiero si è rivelato un’illusione. Dopo il 1945 ci sono state guerre, ma non dichiarate, non formalizzate”. Pensare ai conflitti come qualcosa che finisce e che la democrazia dovrebbe evitare a tutti i costi, non impedisce affatto che non inizino.

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