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Kung Fu, cala nelle palestre e resiste al cinema

Un’arte marziale che non c’è più

Le discipline dei maestri cinesi sono in crisi a Torino

Falsi miti, difficoltà di comprensione, ma soprattutto scarse motivazioni di fondo. Oggi il Kung Fu a Torino riguarda poche persone, motivate e allenate.        

“Negli anni Novanta c’era molto interesse e tanta offerta di corsi. Oggi invece vedo tanti allievi che praticano per un un anno il Kung Fu e poi lasciano, per passare ad altre cose, come il Pilates o lo Yoga», sostiene Oscar Maganza, maestro di arti marziali cinesi e laureato in psicologia. “L’idea che domina è quella di praticare una disciplina senza nemmeno chiedersi il perché. É difficile avviare un corso dove si possano radunare delle persone che per tre volte alla settimana siano disposte ad allenarsi”. 

Maganza è maestro di Wing Chun da 20 anni. Ha iniziato a praticare nell’Alessandrino, a Tortona, quando frequentava la palestra di Franco Regalzi, punto di riferimento italiano per le arti marziali cinesi. 

Maganza ha frequentato la palestra per sette anni, tre volte alla settimana. “Regalzi insegnava tutti i giorni, tranne il sabato sera. Le sue lezioni duravano anche tre ore: ci massacravamo di fatica”, racconta il maestro.  

Un allenamento del maestro Franco Regalzi 

Fatica

La fatica è alla base delle arti marziali cinesi, al di là dei falsi miti che circolano, come quelli nati intorno ai film di Bruce Lee. “Lui era molto intelligente, un bravo attore che aveva studiato e mischiato diverse cose, come il Cha Cha e la scherma. I suoi giochi di gambe derivavano dalla danza”, racconta Massimo Coppo, maestro astigiano di Tai Chi. I film di Bruce Lee hanno creato equivoci in Italia. “Da noi è arrivato un messaggio sbagliato, seppur involontario: ‘Bruce Lee è un guerriero invincibile di bassa statura e dotato di segreti mistici’.  

Croppo collabora da alcuni anni con il “CentrOriente” di Torino, il primo a proporre corsi di Tai Chi in città. Nella sua esperienza ha avuto a che fare con molti allievi. “Ho visto persone che si sono approcciate alle arti marziali cinesi con un falso mito, alla ricerca di un qualcosa di mistico” spiega Coppo. «Molti si sono sentiti traditi dopo aver scoperto che la realtà era un po’ differente rispetto ai film”.

Un altro falso mito è quello della difesa personale. “Una leggenda nata per vendere le discipline. Da allenarsi in palestra con i compagni ad affrontare una situazione reale di crisi ce ne passa”, sostiene Maganza. Per il maestro di Wing Chun la difesa personale è una questione psicologica. “La tecnica da sola non basta, conta la persona”.

 

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Pochi allievi

A Torino ci sono un centinaio di realtà che praticano le arti marziali cinesi. Ma la situazione è molto frammentata. “Alcuni gruppi si sono consolidati grazie ai legami con i vecchi maestri e hanno mantenuto il loro bacino d’utenza”, spiega Coppo. 

Poi ci sono le realtà più nuove che affrontano una situazione di crisi. “Oggi il Kung Fu non attira più. Viviamo in un mondo iperconnesso ed è difficile concentrarsi”, racconta Maganza. Le persone preferiscono gli sport da combattimento. “Vanno di moda le arti marziali miste e la boxe. Gli allievi vogliono combattere fin da subito”, sostiene il maestro di Wing Chun. . 

In più le arti marziali cinesi scontano una scarsa visibilità mediatica rispetto a discipline come Judo e Karate. A fine marzo si svolgerà al Lingotto il Festival dell’Oriente: una kermesse che darà spazio alle arti marziali cinesi. Alcuni scuole torinesi di Kung Fu porteranno i loro allievi. Croppo però si mostra perplesso: “Mi dispiace doverlo constatare, ma la partecipazione al Festival equivale al saggio di fine anno di una scuola di danza”. 

L’epica di Bruce Lee resiste al cinema e in tv  

Le donne, gli shaolin, l’arti marziali, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese. Se l’epica del Kung Fu non ha conquistato i corpi, più successo ha avuto sulle menti. Dagli anni ‘70 i film di arti marziali, o wuxiapian per usare il termine tecnico, hanno spopolato nel cinema e nella televisione. Lo spiegano Marco Dalla Gassa e Dario Tomasi, professori di storia del cinema ed esperti di pellicole dell’Estremo Oriente: “il cinema di Kung-Fu fa conoscere Hong Kong in Occidente, dando vita ad un vero e proprio fenomeno di culto che dura ancora oggi”.

Tutto è iniziato con un americano di origine cinese, Bruce Lee, che con film come Dalla Cina con Furore o I Tre dell’Operazione Drago riesce a farsi spazio tra gli spaghetti-western di Sergio Leone e i film di James Bond a colpi di pugni. In poco tempo la sua stessa vita diventa leggenda, dalle lezioni con Yip Man, allo scontro contro Wong Jack Man, per decidere chi dovesse insegnare arti marziali agli occidentali, alla creazione di un suo stile personale di Kung Fu, il Jeet Kune Do.

La prematura morte di Lee nel 1973, però, fa scemare l’interesse per le arti marziali, e i produttori di Hong Kong si affannano nella ricerca di un erede. A metà degli anni ‘80 viene identificato in Jackie Chan, che era stato stuntman di Bruce Lee. Nei suoi film “le tipiche peripezie dei film assumono un tono esplicitamente grottesco” racconta Tomasi. Ed è proprio grazie a questo tono comico che Jackie Chan si assicura un grande successo di pubblico, soprattutto tra i bambini. Infatti, a lui è ispirato il nome del Pokémon Hitmonchan ed è stato il protagonista di una serie animata, Le avventure di Jackie Chan.
Ma sono molte le contaminazioni che le arti marziali hanno sparso nel cinema occidentale.

La prima è quella di Chuck Norris, allievo di Bruce Lee, che con Walker Texas Ranger ha portato il Kung Fu e il suo celebre calcio rotante nel poliziesco televisivo. Nel 1999 esce nelle sale Matrix, diretto dai fratelli Wachowski, che ha trasportato l’immaginario legato al Kung Fu nella fantascienza, innovando entrambi i generi. Il più grande omaggio al wuxiapian lo ha fatto però Quentin Tarantino con Kill Bill. Dalla tuta gialla e nera della Sposa che richiama quella di Bruce Lee in L’ultimo combattimento di Chan, alla presenza di David Carradine, che aveva raggiunto la celebrità con la serie tv Kung Fu, nel ruolo di Bill, al monaco Pai Mei, il cattivo per antonomasia nei film di arti marziali, Kill Bill è una dichiarazione d’amore al genere lunga due film.

 

Articoli tratti dal Magazine Futura uscito il 19 febbraio 2020. Leggi il Pdf cliccando qui.

RICCARDO PIERONI

JACOPO TOMATIS 

 

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