La testata del Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino

In Turchia studenti e professori provano a fermare la deriva autoritaria

condividi

Condividi su facebook
Condividi su whatsapp
Condividi su twitter
Condividi su email

“L’obiettivo di Erdogan è trasformare le università in caserme e gli studenti in militanti che assecondano le sue politiche”. Ne è convinto Murat Cinar, giornalista turco da vent’anni in Italia e redattore dell’agenzia di stampa indipendente Pressenza. Da sempre molto critico riguardo alle politiche del presidente turco, Cinar denuncia la deriva autoritaria del suo paese, iniziata nel 2016 con la repressione del tentativo di colpo di stato e che ora ha preso di mira il mondo universitario, che ha deciso di non piegarsi alle sue ingerenze.

Dall’inizio dell’anno infatti il mondo universitario turco è in rivolta. E’ iniziato tutto il 1° gennaio, quando il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha nominato Melih Bulu, un politico del suo stesso partito (l’AKP, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, di orientamento islamista e conservatore) e accademico dal profilo discutibile, a rettore dell’Università del Bosforo di Istanbul, la più prestigiosa del paese. Una nomina controversa, anche perchè arrivata direttamente dal governo, scavalcando il principio di autonomia degli atenei. Non si è fatta attendere la risposta degli studenti, che a partire dal 4 gennaio hanno iniziato la loro protesta pacifica; che da Istanbul si è estesa ad altre 35 città in tutto il paese. Agli studenti si sono uniti i professori universitari, tutti concordi nel chiedere le dimissioni del nuovo rettore e nuove elezioni universitarie, da svolgersi in maniera democratica e trasparente.

Lo stato turco ha deciso di reprimere con la forza le proteste, che hanno condotto a più di 100 arresti in tutto il paese. I manifestanti sono stati definiti da Erdogan e dai suoi alleati come “vandali, terroristi e blasfemi”. “Già nel 2016 sono stati sospesi più di mille professori universitari per aver firmato un appello contro la repressione, alcuni di loro sono stati licenziati e arrestati” – racconta Cinar – “i sistemi dittatoriali hanno sempre agito così e il regime di Erdogan non fa eccezione”.

Le proteste in Turchia però non si fermano, e ora i manifestanti chiedono anche il rilascio degli studenti arrestati e le dimissioni del presidente Erdogan. Il “Sultano” guida il paese dal 2003, dapprima come Primo ministro e poi dal 2014 come Presidente della Turchia. Già sindaco di Istanbul negli anni 90, portavoce delle istanze islamiste moderate portate avanti dall’AKP; nel corso degli anni Erdogan ha impresso una svolta sempre più autoritaria, che ha avuto il suo culmine nel 2016, quando ha approfittato di un tentativo di colpo di stato (orchestrato dal suo ex alleato Fetullah Gulen, esiliato negli Usa) per “ripulire” l’organigramma statale dai suoi oppositori, con l’arresto di 9mila persone tra soldati, magistrati e altri dipendenti pubblici; e più di 20mila licenziamenti. Il referendum costituzionale del 2017 ha trasformato la Turchia in una repubblica presidenziale, accentrando sempre più il potere nelle mani di Erdogan, che ora vuole controllare anche il sistema universitario.

Qui l’intervista completa con Murat Cinar: