“Dal 2008 a oggi, sono 500 le aziende chiuse, fallite o delocalizzate, 35 mila le persone rimaste senza lavoro, pari alla popolazione di Pinerolo e 21 mila sono in cassa integrazione”. Sono questi i numeri della crisi industriale del Piemonte che Edi Lazzi, segretario generale della Fiom-Cgil, snocciola in apertura dell’incontro che presenta la ricerca del Centro di competenza e valutazione dell’impatto (CeVis). L’obiettivo dello studio è misurare l’impatto sociale che la chiusura di due stabilimenti – Lear e Teconnectivity – ha su dipendenti, famiglie, fornitori, istituzioni, comunità e mercato del lavoro.
A presentare la ricerca è Gabriella Caramazza, direttore generale della Istud Business school. Entrambe le aziende sono multinazionali che hanno sede nella Città Metropolitana di Torino e sono in fase di chiusura. Lo stabilimento Lear ha 380 dipendenti, Teconnectivity 220. Di questi, hanno risposto alle interviste del CeVis rispettivamente 52 e 95 dipendenti. I risultati? I lavoratori, fermi in cassa integrazione, dichiarano un peggioramento delle condizioni economiche della famiglia, delle relazioni sociali e problemi di ansia e depressione. I dipendenti di Lear, in media più anziani, hanno riscontrato problemi maggiori rispetto a quelli di Teconnectivity.
Altro problema riguarda il reinserimento nel mercato del lavoro: solo il 12 per cento del campione di ricerca ha avviato un percorso di riqualificazione professionale. Il 58 percento dei dipendenti Lear non sente di avere capacità adeguate alle richieste attuali del mercato del lavoro. Inoltre spesso abbandonare un contesto altamente professionalizzato e strutturato, come quello in una multinazionale, significa, nel contesto piemontese, inserirsi in una realtà più piccola e meno professionalizzante, rendendo il nuovo lavoro meno qualificante e spesso meno retribuito.
I problemi investono anche la filiera di fornitura, scalfiscono la fiducia nelle istituzioni ed emerge la mancanza di ponti tra offerta e domanda di lavoro. Poiché le chiusure non si possono fermare, misurare l’impatto sociale è il primo passo per capire come mitigare il problema. Le soluzioni potrebbero includere anticipare i tempi, agendo quando la crisi è agli inizi; integrare gli sforzi degli attori in causa; valorizzare le competenze; rendere i dati disponibili e analizzabili.
“Licenziateli prima, licenziateli subito” tuona Federico Bellono nel dibattito che segue. Il segretario Cgil cita il caso della Yazaki, che ha rifiutato di chiedere la cassa integrazione per i dipendenti dando una buona uscita e chiudendo baracca. Le criticità degli ammortizzatori sociali possono infatti creare “un loop da cui è impossibile uscire”, come dice Dario Gallina, presidente della Camera di Commercio di Torino.
Per rilanciare Torino, e renderla appetibile, occorre non perdere i treni che stanno passando: difesa e aerospazio. “I progetti ci sono” spiega Dario Gallina “Ma ci vuole tempo per realizzarli. La speranza è che chi verrà dopo di noi saprà metterli a frutto”. Si discute di diversificazione, di ponti tra lavoratori e industria, di formazione e anche di una Regione assente, che non ha risposto alla richiesta di collaborazione nella ricerca del CeVis. Al che Edi Lazzi, segretario generale di Fiom-Cgil, lancia la proposta sulla quale si chiude l’incontro: “Dovete essere voi, Gallina e Gay, a fare la proposta in Regione per organizzare un tavolo con sindacati, Unione Industriale e Camera di Commercio. Altrimenti le belle parole su imprese che cercano competenze che tra i lavoratori mancano, restano tali. Dobbiamo interrogarci seriamente e tutti insieme”.