“Nel 2050 Cina e India guideranno per distacco la classifica dei paesi più ricchi del mondo davanti agli Stati uniti e all’Unione europea. […] la popolazione europea, sempre più anziana e in declino, continuerà a diminuire fino a non rappresentare che il 5% di quella mondiale. L’umanità del futuro, infatti, vivrà per metà in Asia e per un quarto in Africa”. A dirlo è Gabriele Del Grande, giornalista e regista italiano all’inizio del suo libro Il secolo mobile. Storia dell’immigrazione illegale in Europa, edito per Mondadori.
“Quattro milioni invece è il valore del potenziale migratorio europeo. A misurarlo ogni anno è Gallup, una società di consulenza americana specializzata in ricerche d’opinione in tutto il mondo” continua Del Grande, verso la fine del suo libro. Si tratta di un valore che indica il numero di persone che, avendone la possibilità, si trasferirebbero in maniera stabile in Europa.
Questi non sono gli unici dati che vengono raccontati a spettatrici e spettatori dal giornalista, e servono per descrivere lo scorcio di un futuro possibile che l’autore vede come quello più probabile. Il libro, infatti, nel 2024 è stato reso uno spettacolo teatrale dal titolo Il secolo è mobile. La storia delle migrazioni in Europa vista dal futuro, prodotto da Zalab e andato in scena il 27 marzo, al Teatro Carignano di Torino per Biennale Democrazia.
Nello spettacolo, Del Grande fa una maratona attraverso la storia delle migrazioni. Nel percorso che delinea tocca innumerevoli tappe che non vengono trattate nei programmi scolastici, facendo incursioni nella storia di ogni nazione. Istituendo relazioni tra epoche e luoghi apparentemente distanti fra loro, emerge un fenomeno migratorio che, con declinazioni diverse, accomuna tutti i Paesi. È il caso, per esempio, di Ellis Island, nella baia di New York e Lampedusa, a largo della Sicilia. Qui, sempre in uno scenario del futuro, il giornalista immagina che sorgerà un museo dell’immigrazione una volta cessate le morti nel Mediterraneo di chi prova a raggiungere l’Europa per delle condizioni migliori di vita.
“Siamo nati liberi e percorriamo il sentiero della vita senza paura perché al di là di quella montagna c’è il futuro” recita un verso di Abu l-Kaçem Chebbi, poeta tunisino di inizio novecento, facendo riferimento a tutt’altro contesto migratorio: quello della frontiera transalpina tra Italia e Francia dove Del Grande ha sentito per la prima volta questo verso. A recitarlo era un migrante. Da sempre infatti i corpi attraversano lo spazio e le frontiere generando, con la loro presenza, la concretezza di un’alterità che a volte spaventa. C’è infatti chi da questa presenza, nel corso della storia, si è sentito minacciato. Sono tanti gli episodi di tensioni e conflitto tra le popolazioni locali e le comunità immigrate, come racconta fra gli altri Ken Loach nel film The Old Oak ambientato nell’Inghilterra del 2016.
Tra le altre figure che mette in scena Del Grande c’è Ambalavaner Sivanandan, scrittore originario dello Sri Lanka e direttore dell’Institute of Race Relations che nella seconda metà del novecento ha condotto ricerche sul razzismo nel Regno unito. “We are here because you were there” diceva lo scrittore . Come suggerisce questa frase, la presenza di migranti in Europa prima, e negli Stati uniti poi, è una delle conseguenze delle politiche coloniali dell’Occidente. La ricerca di forza-lavoro da parte degli eserciti e da parte delle industrie occidentali ha avuto un peso determinante alle origini di questo fenomeno ampio e complesso.
Da lì, sono molti i viaggi intrapresi dai migranti da ogni parte del mondo. Sono stati messi a punto trattati internazionali come la Convenzione di Ginevra (1951) e il Protocollo di New York (1967) ma anche creati dei luoghi come i Centri di permanenza per il rimpatrio. Qual è allora la soluzione a un fenomeno migratorio sempre crescente? Per Del Grande è la libera circolazione. Ma qualunque sia la soluzione possibile, il futuro è già qui, bussa alle porte dell’Europa, e non solo, e non è possibile ignorarlo. In questa situazione, suggerisce Del Grande, meglio allora percorrere una strada di libertà provando a uscire dalle categorie di pensiero che la Storia ha cristallizzato per sperimentarne di nuove e dare vita a qualcosa di mai visto prima.