A tredici anni dal suo ultimo film di finzione – La mia classe, con Valerio Mastandrea – Daniele Gaglianone sta preparando il suo ritorno sul grande schermo: il film Pietro, in concorso al Festival di Locarno nel 2010, avrà un sequel, “più spietato, ma ancora più necessario”. Intanto, il film d’esordio del regista torinese è pronto a tornare in sala in versione restaurata, dopo ventisei anni dal suo lancio al Torino Film Festival. Stasera, al Cinema Massimo, la proiezione di I nostri anni inaugura un tour regionale in tredici tappe. Si tratta del primo evento speciale del Circuito audiovisivo Piemonte, il nuovo progetto di Piemonte Movie per valorizzare il cinema locale indipendente.
Gaglianone, come si sente a rivedere in sala I Nostri anni, dopo il restauro in 4K curato dal Museo del Cinema?
È stata un’esperienza forte, emozionante. Durante le proiezioni di controllo, mi sono trovato a dire, almeno due o tre volte: “Chi ha fatto questo film venticinque anni fa, cavolo, un po’ di coraggio ce l’aveva”. Grazie alla qualità del restauro di Gabriele Perrone, sono state rinvigorite la vivacità e la nitidezza di un film che, visto adesso, è ancora più deflagrante. Ha qualcosa che lo rende una grande allegoria dell’esistenza e, ovviamente, della Resistenza.
Il tour dedicato al suo esordio è il primo evento speciale del Circuito audiovisivo Piemonte. Cosa si aspetta?
Sono iniziative fondamentali, perché tengono viva l’abitudine ad avere un rapporto con la sala cinematografica. Implica una percezione diversa, non è retorica. Creare degli spazi per tutelare questa ostinazione è importante. Attendo in modo particolare la proiezione di stasera al Cinema Massimo, ma non c’è una tappa più importante di altre: il film deve fare il suo viaggio e spero che in futuro torni anche in altre regioni.
Da dove è nata l’idea di portare in scena i dilemmi morali di due ex partigiani?
Arriva da lontano, dalle suggestioni dei racconti di mia madre. Era una bambina durante la guerra e ricordava le incursioni dei nazifascisti alla ricerca di suo padre, che era un socialista: gli stivali neri che entravano in casa, le fiammate dei fucili che sparavano, lui che era riuscito a scappare. Poi, è stato sicuramente uno spartiacque l’incontro con Paolo Gobetti all’Archivio cinematografico della Resistenza. Negli anni Novanta ho avuto l’occasione di conoscere tantissimi ex partigiani. Nonostante le enormi differenze biografiche, sentivo qualcosa in comune tra me e loro, soprattutto con chi si sentiva uno sconfitto. Perché sebbene la storia dicesse che aveva vinto, il mondo che aveva immaginato non si era palesato quasi per nulla.
Il suo ultimo film di finzione risale al 2013. Si intravede un ritorno?
Stiamo lavorando al sequel di Pietro, sedici anni dopo, in carcere o in una situazione di fine libertà. Ci stavo pensando da tanto tempo. Spesso mi sono chiesto: chissà cosa sta facendo Pietro, chissà come è messo oggi? Abbiamo vinto il bando di Film Commission Torino Piemonte per lo sviluppo del film: speriamo di andare avanti e di portarlo a termine. Nei panni del protagonista ci sarà sempre Pietro Casella.
Pietro raccontava la storia di un antieroe schiacciato da una società violenta e indifferente. Cosa ci dobbiamo aspettare dal sequel?
Il primo film aveva una certa ferocia, ma dal 2010 il mondo non è migliorato molto, anzi, è diventato più spietato, quindi il sequel sarà ancora più spietato ma, spero, ancora più necessario.