“Il giornalismo non è storytelling”: il caso Der Spiegel al Festival di Perugia

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“La storia non è l’atomo del giornalismo” ha detto Jay Rosen, professore associato all’Istituto di Giornalismo Arthur L. Carter della New York University, al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Probabilmente non era quello che pensava Claas Relotius, firma di punta del settimanale tedesco Der Spiegel, quando inviava al suo giornale inchieste fasulle, a volte inventate di sana pianta.

Rosen ha discusso di storytelling e Relotius in un panel del festival, insieme a Jeff Jarvis, professore di Journalism Innovation al Craig Newmark Graduate School of Journalism di New York, Swantje Dake, digital editor di Stuttgarter Zeitung e Stuttgarter Nachrichten, e Tanit Koch, caporedattrice della Central Newsroom RTL.

“Noi continuiamo a pensare di poter spiegare le azioni degli altri e i motivi che spingono alle azioni attraverso una storia, ma ci inganniamo – ha detto Jeff Jarvis – questo porterà ad una crisi della conoscenza. Viviamo in un modo che crediamo di poter spiegare, ma che non si può spiegare”.

Bisogna ridiscutere il valore dello storytelling come compito primario del giornalista, dopo che la vicenda di Relotius ha mostrato i rischi che pone lo storytelling: “La storia ha un inizio e una fine, troviamo le vittime e i cattivi e decidiamo noi chi sono nella storia. Crediamo di avere il controllo della storia e questo nutre il nostro ego, ma ci allontana anche dal pubblico che raccontiamo e che ci legge”. Per evitare questi rischi, il modello deve diventare l’antropologia, che osserva e ascolta, prima di raccontare.

“I giornalisti devono cambiare – ha continuato Jarvis, citando il filosofo americano Alexander Rosenberg – Smettere di raccontare quello che le persone fanno e studiare i grandi social trend e le strutture delle variazioni sociali e i loro risultati sulla società”.

Concorde è stato Jay Rosen: “La storia non è l’atomo del giornalismo, ma lo sono i report e le discussioni che questi portano, cioè i fatti e quello che la gente pensa sui fatti. Alla base c’è sempre l’inchiesta. La disciplina del giornalismo è la verifica, non lo storytelling. Ma il giornalista subisce un’invidia della fiction”.

Rosen ha poi ricordato che lo scandalo dello Spiegel non è l’unico causato a uno storytelling sbagliato o fasullo, ma anche il magazine Rolling Stone nel 2014 era caduto nelle sue trappole, con un’inchiesta su presunte violenze sessuali nei college universitari americani. “A Rolling Stone avevano in mente la narrativa e poi si è andati in cerca della storia che illustrasse la narrativa. Quello che pensavano era che ci fosse un’epidemia di stupri nei college universitari, una vera e propria cultura dello stupro, ma che nessuno ne parlasse. Solo in seguito sono andati in cerca di un singolo emblematico esempio di stupro nei college. Il problema è proprio che si è partiti con la narrativa. Questo è il metodo usato da molti magazine. Molti giornalisti pensano che ci sia più prestigio culturale nell’essere storyteller che semplici giornalisti”.

Sul caso di Relotius è tornata invece Tanit Koch, caporedattrice della Central Newsroom RTL, che ha spiegato come in ogni redazione della Germania i reporter all’estero devono mandare in redazione video che provino quello che stanno raccontando e non solo testi e qualche foto. “È nel nostro DNA volere storie avvincenti non solo i fatti. È giusto avere un giornalista che riesca ad avvincere, ma c’è una conditio sine qua non: avere sempre i fatti davanti a sé”. Tanti hanno visto come causa della vicenda la pressione che c’è nelle redazioni, sempre impegnate a far uscire articoli che portino incassi al giornale, ma, ha continuato Koch, “bisogna stare attenti a pensare che ci sia tutta questa pressione nelle redazioni. Un neurochirurgo ne ha molta di più. Noi non siamo responsabili di vite umane. La pressione non legittima nessun tipo di errore”.

Riguardo lo storytelling in sé, secondo la caporedattrice “il problema non è la storia ma la mentalità aperta quando si racconta la storia. Bias e pregiudizi sono pericolosi, soprattutto quando si cercano nella storia elementi che confermino le nostre idee”.

 

JACOPO TOMATIS