Dopo l’avviso di garanzia per 39 degli attivisti e attiviste del Comitato “Salviamo il Meisino”, in decine tra studenti, studentesse, docenti, membri di associazioni e giornalisti si sono presentati alla conferenza stampa indetta lunedì al Campus Einaudi. Una partecipazione calorosa e vivace, che ha sottolineato quanto è sentito il tema tra la cittadinanza torinese: oltre 11mila persone hanno firmato la petizione lanciata su change.org per chiedere la cessazione del progetto. Inoltre a febbraio il Comitato aveva anche portato in tribunale il Comune per danni alla salute pubblica. Il 27 marzo alle 12.30 ci sarà la seconda udienza.

Intimidazione del Comune?
Riguardo gli avvisi di garanzia, il Comitato accusa il Comune di voler intimidire chi difende il Meisino: “è un ddl sicurezza retroattivo? I fatti che ci vengono contestati non sussistono, questi avvisi sono solo un tentativo di intimidazione”.
Da novembre 2022, quando ha avuto origine il Comitato, attivisti e attiviste si sono mobilitati per informare la cittadinanza e frenare i lavori, attività svolte senza mai ricorrere alla violenza, come invece riportato nell’accusa della Procura. L’unico intento era portare una contestazione attiva, laddove il Comune non aveva voluto consultare la cittadinanza in merito, come sarebbe invece consuetudine.
Perché i lavori rischiano di danneggiare l’ecosistema del Meisino
A fine 2024 è stata presentata dal Comune una variante al progetto, che, se venisse confermata, prevederebbe l’esclusione di uno skills bike park, che sarebbe dovuto essere collocato in un boschetto; lo stop all’intervento di consolidamento di una collinetta presso la zona umida della Zps; lo stop all’installazione di una griglia metallica su una zona umida, con un percorso per portarvi visitatori.
Nonostante queste modifiche il Comitato non frena la propria protesta, sostenendo che l’iter progettuale e l’esecuzione siano costellati di violazioni normative. Sarebbero state saltate diverse verifiche ambientali in fase di osservazione del territorio e i lavori non rispetterebbero le norme di sicurezza, oltre a non essere coerenti col progetto.
“I cantieri stravolgono irreversibilmente gli habitat protetti con centinaia di abbattimenti” si legge sul comunicato stampa del Comitato. “La cosiddetta ‘riqualificazione naturalistica’ non è tale perché è dichiaratamente finalizzata alla fruizione umana”. Inoltre il progetto non apparirebbe conforme al principio Do not significant harm, vincolante per gli investimenti del Pnrr e che riguarda il rispetto dell’ambiente in contrasto al cambiamento climatico. “Non si deve mitigare il danno all’ecosistema, ma evitarlo completamente” dice l’avvocata Virginia Cuffaro, presente alla conferenza stampa.