Dall’hotel di Montréal del celebre bed-in di John Lennon e Yoko Ono del 1969 ai corti impegnati della sala torinese del Centro studi Sereno Regis. Nei tre giorni tra il 20 e il 22 marzo, l’inno generazionale “Give peace a chance” si trasforma per la terza volta in Give peace a screen, il festival di cortometraggi in cui registi under 35 da tutto il mondo esplorano i temi della pace e della non-violenza. Una direzione alternativa, per un mondo che, secondo le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse della rivista Bulletin of the atomic scientists, dista 85 secondi dall’incubo atomico.
Il programma prevede 63 corti selezionati e 45 opere in concorso, sia italiane che straniere in lingua originale, e un ricco palinsesto di ospiti per invitare il pubblico alla riflessione collettiva sui temi dell’edizione. Migrazioni, guerra, ecologia, arte, legami, condizione femminile e molti altri rami di un unico albero della pace che, oltre a unire i tanti volti di una lotta militante comune, passa lo stesso microfono a registi, attivisti, giornalisti e studiosi, che animeranno il dibattito dopo la visione di ogni slot di corti. “Il nostro festival deve far parlare la gente, infatti il nostro slogan è ‘venite a parlare al cinema’, perché la mia idea di fruizione è il capannello di amici che dopo i titoli di coda resta lì, parla, esterna le proprie emozioni e rafforzare relazioni – afferma Dario Cambiano, coordinatore artistico del festival e consigliere del centro studi Sereno Regis -. C’è sempre un ponte tra pace, arte e società, perché si costruisce in un arco di tempo secolare. Noi vogliamo cambiare la cultura della pace, per le future generazioni”.
Gli ospiti speciali di ogni finestra di proiezioni sono in totale 18 e spaziano da Giulia Spagna, attivista di Extinction Rebellion, all’artista senza tempo Michelangelo Pistoletto, che alle 16 di sabato sarà in sala Poli per la sessione di corti “Le arti della pace”. Un intreccio prezioso che, come ricorda Cambiano, passa dalle canzoni di Bob Dylan alle pellicole di Michelangelo Antonioni. Ma tra gli altri nomi spicco troviamo anche Marta Peradotto, del collettivo Carovane migranti, la scrittrice Suad Omar e il regista torinese Massimiliano De Serio, che con il documentario Canone Effimero ha ricevuto la menzione speciale della giuria del Berlinale Documentary Award 2025, insieme al fratello Gianluca.
Così come il centro studi ospitante deve il suo nome al pacifista cattolico Domenico Sereno Regis – che nel 1961 camminò al fianco del nonviolento Aldo Capitini nella prima marcia della pace Perugia-Assisi – i paladini di ieri trovano omaggio nelle statuette di oggi: il premio per il miglior film si intitola “Gli occhiali di Gandhi”, per “l’opera che meglio interpreta la visione gandhiana della vita”.
La storia del riconoscimento prende forma prima di Give peace a screen: “Nasce 15 anni fa per il Torino Film Festival, grazie al direttore artistico dell’epoca, Gianni Amelio, ed è attivo tutt’ora – spiega Cambiano -. Gli ho proposto di istituirlo perché nel museo di Gandhi avevano appena rubato i suoi occhiali esposti. E noi ci siamo detti: ma cosa se ne fa un ladro degli occhiali di Gandhi? Allora abbiamo immaginato questo ladro che, indossandoli, improvvisamente vedeva il mondo in una maniera totalmente diversa”. Seguono il premio alla memoria di Adonella Marena, filmmaker torinese nota per i soggetti ambientalisti, il premio “Pace preventiva”, istituito da Michelangelo Pistoletto, e il riconoscimento “Armonia Mentis” dell’associazione Sinestesia, dedicato alla dimensione interiore e interpersonale della pace.
I biglietti e gli abbonamenti per partecipare alle proiezioni possono essere acquistati online sul sito del festival o direttamente in sala prima degli eventi. Sempre sul sito è presente il programma completo.