Giustizia di genere e giornalismo: la voce delle donne indipendenti

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“Fuck the patriarchy!”. Si apre così il panel ospitato al Festival di Giornalismo di Perugia sul tema della giustizia di genere nel giornalismo contemporaneo, moderato da Nana Darkoa Sekyiamah, cofondatrice dell’Institute of Journalism and Social Change. Non un tema di nicchia, ma una lente critica indispensabile per raccontare in modo accurato clima, tecnologia, politica e economia. 

Sono numerosi i cambiamenti strutturali e culturali necessari a raggiungere un giornalismo equo dal punto di vista di genere. E altrettanto abbondanti le storie di giornaliste e autrici femministe che si sono spostate da grandi giornali come il New York Times e il Guardian verso piattaforme di newsletter come Substack, per creare nuovi media che mettano al centro storie orientate alla giustizia di genere. Leader riconosciute a livello globale, con competenze che spaziano dall’attivismo alle inchieste internazionali fino alle strategie del media mainstream. “Ero stufa delle narrazioni che venivano fatte delle donne, dei pochi spazi all’interno dei quali venivano relegate e dei valori e idee messe in luce dagli articoli”, commenta Francesca Donner, fondatrice e direttrice del The Persistent. “Tutti mi chiedevano come avessi fatto a finire al Guardian. Forse perchè sono una donna nera? – aggiunge la giornalista e scrittrice Afua Hirsch -. Ora sono anche una regista e lo sono voluta diventare perchè penso che le storie delle donne nere, che quindi spesso trattano temi profondi, dovessero andare oltre quelle narrazioni piatte che vengono fatte sui giornali”.

Tra le speaker, Mona Eltahawy, fondatrice e direttrice del Feminist Giant, ha aperto il suo intervento spiegando la differenza tra femminismo e patriarcato. “Il patriarcato è un polipo e i suoi tentacoli sono le oppressioni della nostra società che lo compongono e gli permettono di esistere – spiega -, mentre il femminismo è la distruzione del patriarcato, qualcosa di coraggioso per sopprimere il polipo”.

Mentre il settore affronta un calo della fiducia e un crescente disinteresse verso le notizie, garantire un giornalismo rappresentativo ed equo nei confronti di popolazioni diverse è fondamentale. Eliza Anyangwe, giornalista che lavorava per il Guardian: “Leggevo le storie sull’Africa, quelle che raccontano delle donne e dei bambini in difficoltà e pensavo ‘quella non è la mia gente’, quindi ho capito che dovevo fare qualcosa”, spiega. Decolonizzare le narrazioni mediatiche per affrontare le disuguaglianze sistemiche che oggi limitano la portata e l’impatto del giornalismo è quindi la chiave. La creazione di nuove newsletter si porta dietro vari problemi, come quello del profitto. Le giornaliste e attiviste non sembrano averne timore: “Sarò milionaria? No. Voglio esserlo? No. L’unica cosa che voglio è avere abbastanza soldi per mandare a quel paese Donald Trump, Giorgia Meloni e il patriarcato”, conclude Eltahawy.

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