La scoperta degli abusi, il processo a porte aperte contro 51 imputati, la protezione verso la sua famiglia. Dal 2021 Gisèle Pelicot ha dovuto gestire questi eventi mettendo in campo la sua forza, la sua dignità. Il risultato è stato uno: ha spostato il lato della vergogna. «È possibile rinascere dalle proprie ceneri. Il mio è un messaggio di speranza, nonostante tutto è possibile rialzarsi anche quando si pensa di avere toccato il fondo. Io sono la dimostrazione che è possibile ritrovare nell’oscurità un po’ di colore». Per la prima volta in Italia, Pelicot ha presentato il suo libro Un inno alla vita, edito da Rizzoli. Alcune parti sono state lette dall’attrice e regista Jasmine Trinca. Dentro a quei capitoli c’è già tutto: “Questo libro è il racconto di un percorso compiuto da tre generazioni di donne che sono state capaci di ritrovare la gioia di vivere: mia nonna, mia mamma e io – racconta Pelicot -. Ho ereditato da loro la mia forza. Non mi sono mai persa d’animo, non sono mai crollata. La vita continua. Sono tornata ad amare ed è una grande forza: amare ed essere amata”.
Pelicot – drogata e violentata per anni da suo marito e da 50 sconosciuti – ha portato la sua biografia in un evento pubblico unico a Torino, nell’aula magna della Cavallerizza reale. Pelicot ha dialogato con la direttrice del Salone del Libro, Annalena Benini, in un incontro organizzato nell’ambito di Aspettando il Salone, ciclo di appuntamenti che accompagna lettrici e lettori verso la prossima edizione dell’evento, in programma dal 14 al 18 maggio. “Ringrazio Gisèle Pelicot per avere spostato il lato della vergogna e aver dato coraggio a tutte le donne vittime di violenza – ha detto Benini -. Il suo libro, limpido e complesso, sconvolgente, ripercorre una vita intera anche prima della violenza. La felicità, i traumi, le speranze, senza nessuna reticenza”.
Il processo iniziato nel 2024 ad Avignone – di fronte a quelli che Pelicot ha definito “51 boia” – si è tenuto a porte aperte. “Gli avvocati della difesa lo hanno scoperto il giorno stesso – racconta Pelicot, 72 anni -. Non mi sono pentita di questa decisione. Volevo che tutti vedessero le facce degli imputati, erano loro a dovere provare vergogna, non io”. Standing ovation all’inizio dell’evento come alla fine, per un messaggio di rinascita, di luce contro l’odio e di vicinanza a tutte le donne vittime di violenza che non riescono a denunciare: “Non è la vittima che deve sentirsi in colpa”.