Trasformare il giornalismo investigativo in videogioco. E’ l’obiettivo di Paul Radu, cofondatore di Occrp. Floodlight Gaming è il progetto che mira a realizzare tale scopo. “Chiediamo ai giornalisti di mandare i lavori che vogliono trasporre e noi realizziamo sia film sia videogiochi”.
Affinché il risultato finale sia fruibile dal pubblico il dialogo tra sviluppatore e giornalista è fondamentale. Dal punto di vista tecnico, infatti, serve una selezione. Non tutto quello che è interessante giornalisticamente funziona sullo schermo e viceversa. E quando lo scambio di opinioni tra le parti è efficace, si accorcia il tempo di sviluppo.
Radu si dice, a tal proposito, stupito: “Abbiamo sviluppato alcuni videogiochi in un solo mese, il tempo che a volte ci richiede la realizzazione di un’infografica” ironizza. Floodlight Gaming lavora sia su storie già pubblicate sia su quelle in cantiere. In entrambi i casi il dialogo serve a evitare il leak di informazioni sensibili, che lo sviluppatore può comunque utilizzare “in incognito” per caratterizzare al meglio i personaggi.
Il gaming giornalistico è una via anche per coinvolgere più persone possibili: “Non è vero che solo i bambini usano i videogiochi, lo fanno anche gli adulti”. Concorda con lui Jeff Lowenstein, direttore e cofondatore di Ccij, che spiega che partendo dalle contestazione delle elezioni in Nigeria del 2023 gli sviluppatori hanno programmato un videogioco in cui si impersona un giornalista che ha l’obiettivo di evitare le varie difficoltà, in primis la persecuzione perpetrata dalle autorità accusate.
Anche Natxo Armenter Usarraga, ceo di Good Game Generation, sottolinea l’importanza della cooperazione: “Gli sviluppatori non sono storyteller, per questo la spiegazione del giornalista è fondamentale. La collaborazione rende più facile il lavoro: di solito non abbiamo mai le storie pronte, quindi per noi è un grosso vantaggio”.