“Dobbiamo capire che stiamo entrando in un’era diversa: prima c’era l’epoca del traffico e c’era uno scambio tra redazioni e piattaforme. Nell’era dell’Ia non so quale scambio sia ancora possibile”. Lo hanno detto in molti negli ultimi mesi, ma se è parlare – durante il panel An autopsy for AI: lessons for journalism from the platform era – è Madhav Chinnappa, ex direttore del settore Sviluppo dell’ecosistema news di Google, le parole hanno un peso diverso. E prosegue Colin Crowell – ex vicepresidente della public policy globale e della filantropia di Twitter (ora X) -: “Nell’epoca dell’Ia, la differenza rispetto ai primi anni Duemila è che allora su Twitter c’era una chiara attribuzione di chi stava dicendo qualcosa: un giornalista o una testata avevano una relazione simbiotica con il pubblico”. Secondo l’ex manager di Google, infatti, è cambiato il sistema di partnership sotto diversi punti di vista e “bisogna scavare, interrogarsi sul perché di quelle partnership“. Il punto di partenza del ragionamento di Chinnappa è semplice: “Non possiamo ignorare le piattaforme, viviamo nel mondo reale”. Il rischio, però, è l’asimmetria: “La differenza di potere è enorme e per molte redazioni che non hanno enorme valore di scambio la dinamica è sbilanciata” argomenta Crowell. Secondo Courtney Radsch, direttrice del Center for Journalism and Liberty, “devono essere create le condizioni perché le Big tech creino un mercato equo, mentre ora stanno usando il potere sproporzionato che hanno creato un monopolio in cui solo pochi possono davvero avere una partnership“.
La vera questione, allora, non è tanto “quale sia la miglior soluzione, ma quale sia la meno peggio”: quando le risorse, come spesso accade, sono limitate “bisogna pensare alla migliore modalità per ottimizzare”. Alla radice dell’impasse, secondo Nick Wrenn – giornalista britannico – c’è la difficoltà a “dire di no a uno strumento che fa risparmiare soldi o che aiuta a fare un lavoro migliore o in minor tempo”. E infatti le piccole redazioni sperimentano, anche per questioni economiche, in uno strano paradosso per cui la possibilità di accesso alle varie risorse dipende da quanto si può spendere per provare tutto quello che il mercato ha da offrire. Crowell commenta: “La totale dipendenza da un tool è il vero problema”. Radsch sottolinea: “Parliamo dell’Ia come se non costasse nulla, ma non è così”.
L’intelligenza artificiale sta aumentando enormemente la capacità di sorveglianza delle aziende, rendendo sempre più facile identificare chi condivide informazioni interne anche a partire da pochi dati. Questo rende molto più rischioso esporsi, soprattutto per i whistleblower. Le conseguenze possono includere la perdita del lavoro, l’isolamento professionale e un forte stress psicologico. Le conseguenze possono includere la perdita del lavoro, l’isolamento professionale e un forte stress psicologico.
È il caso di Attaullah Baig e Mark MacGan, che hanno spiegato la loro storia durante il panel When sources are the story: journalism’s new responsibility in the age of AI, mostrando come oggi il rischio non sia più solo dire la verità, ma pagarne personalmente il prezzo.
Nell’era dell’Ia il problema principale del giornalismo investigativo non è più soltanto “sbagliare una storia”, ma mettere in pericolo la fonte. Non basta garantire l’anonimato: spesso non è più sufficiente. È necessario ripensare l’intero processo giornalistico.
Un possibile sviluppo è la creazione di piattaforme dove si possano condividere informazioni in modo protetto. L’idea è permettere alle persone di caricare dati anche in forma anonima o preliminare, entrare in contatto con avvocati e, se necessario, agire collettivamente. Questo riduce il rischio individuale e aiuta ad affrontare meglio anche l’impatto emotivo del processo. Un altro problema riguarda gli accordi legali di chi lavora in aziende come Meta e Uber. Gli Nda (Non-Disclosure Agreement) sono ormai standard e impediscono di condividere informazioni riservate. Ancora più restrittivi sono i “non-disparagement agreements”, che vietano di parlare dell’azienda in qualsiasi modo, anche senza rivelare segreti. Questi accordi, spesso firmati al momento dell’uscita dall’azienda in cambio di compensazioni economiche, limitano fortemente la libertà di parola.
Le aziende utilizzano sempre più spesso il diritto come strumento di pressione (“lawfare”), minacciando cause legali con richieste economiche enormi per scoraggiare chi vuole parlare. Questo crea un sistema in cui la legge tende a favorire le grandi aziende rispetto ai singoli individui.