“Non avevamo altra scelta, per questo abbiamo dovuto continuare. Ci siamo assunti il compito di fornire il diritto all’informazione al resto del mondo, ma ci aspettavamo che i nostri colleghi ci mostrassero più solidarietà, agissero di più – è l’amara considerazione di Wael Al-Dahdouh, caporedattore della redazione a Gaza di Al Jazeera, dal palco dell’International Journalism Festival -. Ci siamo resi conto che il resto del mondo ci aveva abbandonato. Speravamo che i giornalisti potessero esercitare più pressione su sindacati, sui parlamenti, sui governi, sulle Nazioni Unite. Non è solo il nostro genocidio, ma un omicidio di massa della verità, dell’etica, dell’umanità. Ce ne siamo accorti molto tardi”.
Il tema del giornalismo a Gaza è uno dei più sentiti e significativi di questo Festival del giornalismo 2026. Ne parliamo anche qui. Al Dahdouh, noto agli spettatori dell’emittente qatarina da decenni, è diventato un volto conosciuto in tutto il mondo quando, il 28 ottobre 2023, ha raccontato in diretta l’attacco israeliano che ha ucciso la moglie, due dei suoi figli, e otto altri suoi parenti: “La guerra non ti lascia quando sei in onda, ma riuscire a parlare della propria esperienza personale non è semplice, come giornalisti siamo abituati a raccontare le storie degli altri”. Pochi mesi dopo, a gennaio 2024, anche il figlio Hamza, che come lui era un reporter, e due nipoti sono stati uccisi. “Come giornalisti siamo stati costretti ad accettare questa sfida che Israele ci ha imposto, abbiamo dovuto prepararci e andare a coprire le storie, comportarci come se niente fosse successo – racconta -. Potete immaginare a che cosa pensassi, pensavo a come mi sarei fatto vedere dagli occupanti: avrei lasciato che mettessero in dubbio la mia professionalità? Non avranno questa opportunità, non mi vedranno debole”.
Dopo entrambi gli attacchi, e nonostante essere stato lui stesso ferito da un raid che ha ucciso il suo cameraman Samer Abu Daqqa, Al-Dahdouh, che ora vive a Doha, ha continuato a lavorare. “Un’intera generazione di giovani colleghi a Gaza non c’è più – conclude – non saremo soddisfatti finché non ci saranno conseguenze per i responsabili”.