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Gasparrini e il femminismo che serve a tutti

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Il femminismo, contrariamente a quanto suggerisce la parola, non serve solo alle donne e alle ragazze. È quello che spiega nel corso di Biennale Democrazia Lorenzo Gasparrini, filosofo e attivista antisessista. Di fronte a fenomeni sociali come la violenza maschile contro le donne, gli uomini – e le persone che si riconoscono come tali – specie quelli non direttamente coinvolti negli episodi di violenza, rifiutano di essere considerati parte in causa. Ma sottrarsi dalla responsabilità collettiva, proprio perché si tratta di un fenomeno sociale e culturale, significa non comprendere che responsabilità collettiva non vuol dire colpa individuale. Per dirla con le parole di Gasparrini “sono i valori sociali attribuiti ai corpi che costituiscono il problema perché si tratta di costruzioni sociali”. Preesistenti alla nascita dei singoli individui, ne influenzano il comportamento.

Per scardinare queste costruzioni sociali e incentivare il cambiamento nel suo libro Perché il femminismo serve anche agli uomini (Eris, 2020), il filosofo fornisce una serie di consigli pratici: cinque pratiche che vanno dal rifiuto del pensiero binario a un ripensamento e una trasformazione del linguaggio. Con Gasparrini abbiamo provato a sviluppare una riflessione sulla differenza tra colpa e responsabilità nella violenza di genere e su come promuovere tra le persone più giovani, un agire consapevole che contribuisca al cambiamento sociale. L’obiettivo: darsi più scelte, senza che quello che è stato stabilito prima di noi sia l’unica scelta possibile.

Studi recenti parlano di una realtà in cui le giovani donne sono sempre più progressiste mentre i giovani uomini sempre più conservatori e reazionari. Sono emersi inoltre fenomeni come quello degli incel, i celibi volontari che provano sentimenti di frustrazione e di rivalsa nei confronti delle donne. Sappiamo che la violenza maschile contro le donne è un fenomeno che ha radici profonde, nonostante ciò secondo lei c’è qualcosa di diverso adesso rispetto al passato?

C’è il fatto che possiamo facilmente identificare questi momenti e questi movimenti politici come un’azione di contrasto o di spinta verso un cambiamento sociale, che passa, per forza di cose, attraverso un cambiamento delle strutture e delle relazioni di genere, che sono quelle più fondanti della vita delle persone. Vedere le donne progressiste e gli uomini conservatori è semplicemente dare una sorta di figura sociale a quelli che sono contrasti sempre avvenuti nella società.

La domanda che ci dobbiamo fare è perché adesso li vediamo impersonificati, per esempio, in quella retorica sicuramente sbagliata che è la guerra tra i sessi. No, non c’è una guerra tra i sessi. C’è un conflitto tra poteri ed è una cosa molto diversa su cui i femminismi hanno scritto e prodotto innumerevoli studi e ricerche.

Credere che il solo fatto di essere donna voglia dire essere progressista e, al contrario, essere uomo significhi essere conservatore, è ovviamente una sciocchezza. Però ci dobbiamo domandare perché questi segnali arrivino adesso e in questa forma. Forse abbiamo spostato su quel terreno politico molto particolare che sono i nostri corpi, un conflitto sociale che c’è sempre stato, che a volte è stato messo in altri luoghi o interpretato in altri modi e che adesso ha preso questa particolare espressione. Le pratiche dei femminismi sono quindi molto importanti per sapere stare dentro questi conflitti, per abitarli, perché i femminismi li vivono e li attraversano da sempre.

Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del merito, durante la presentazione della Fondazione Giulia Cecchettin ha detto che “il patriarcato, come fenomeno giuridico, è finito con la riforma del diritto di famiglia nel 1975”. In un ipotetico dialogo con lui, cosa risponderebbe?

Io faccio parte della fondazione Cecchettin, sono nel comitato scientifico. Sì, forse ci sono degli ambiti dove si può dire che il patriarcato non ci sia più. Un antropologo, per esempio, potrebbe rispondere che il patriarcato è finito. Quella struttura familiare, quella struttura sociale, sì, probabilmente è scomparsa da quasi tutte le società umane.

Se però, come lo fa e come lo sa chi studia le questioni di genere, il patriarcato è il nome di una forma di potere, allora no, il patriarcato c’è ancora ed è in piena attività. Si tratta di un fenomeno che non è legato solo agli uomini ma ai ruoli di potere e purtroppo ha un peso enorme nelle relazioni con le persone. In questo senso non è affatto finito.

Come possono gli uomini e i ragazzi non sentirsi spaventati dalla presa di parola delle donne e dalla loro libertà?

Non si deve essere spaventati come uomini dalla libertà delle donne, dalla presa di parola delle donne, perché anche se c’è una tradizione culturale che ci dice questo, non ce l’hanno con gli uomini, ce l’hanno con il maschile. Cioè ce l’hanno con quei valori che tradizionalmente sono legati ai nostri corpi maschili. A nostra volta noi dobbiamo imparare a parlare e occuparci di noi come genere.

È sempre una rete che agisce contro un problema sociale, perché se è sistemico, se coinvolge tante persone, non può essere il singolo ad avere la soluzione che va bene per chiunque. Vanno affrontati insieme nelle diversità. Ecco perché è importante il concetto di alleanza, vale a dire: io sono dalla tua parte anche se quella non è la mia battaglia.

Se dovesse dare un unico consiglio a un ragazzo quale sarebbe?

Non avere paura di parlare, prendi parola. Anche per dire una cosa controversa, una cosa sbagliata, prendi parola e poi ascolta quello che ti viene risposto. Esprimi te stesso e ascolta gli altri e le altre. E fai di questi discorsi qualcosa di più quotidiano. Non qualcosa di eccezionale che capita ogni tanto perché c’è un evento o perché c’è una persona che viene a parlare. Fanne qualcosa di quotidiano.

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