Violenza di genere, discriminazione sistemica e precarietà economica. È questo il peso dello “zaino invisibile” che le giornaliste costrette all’esilio portano con sé ovunque si trovino. Minacce a sfondo sessuale, molestie digitali, pressioni legate alla cura familiare e campagne misogine minano la loro credibilità e finiscono per mettere a tacere le loro voci.
Se ne è discusso al Festival internazionale del Giornalismo, durante un incontro al Teatro Pavone. Le testimonianze, spesso cariche di emozione, hanno evidenziato ostacoli concreti come la lingua, la burocrazia e la difficoltà di reinserirsi. Tra le speaker, Hsu Mon Phyo, giornalista birmana, ha raccontato di lavorare dall’esilio a causa dei rischi legati al giornalismo indipendente sotto la giunta militare.
“Ci sono stati mesi in cui ero costantemente controllata, mi dicevano di guardarmi le spalle, soprattutto perché sono donna”, ha spiegato Abigail Hernandez, giornalista nicaraguense esiliata in Costa Rica durante il regime di Daniel Ortega. Tra gli ostacoli più difficili da affrontare, Hernandez sottolinea la distanza dalla famiglia: “Non parlavo mai di loro. In esilio fai di tutto per proteggerli. Chiamavo altre persone per avere informazioni: tutto cambia, perché sei da sola e perdi chiunque. Anche con la famiglia ho perso quella connessione speciale”.
Alla perdita degli affetti si aggiunge quella dell’identità. Una volta arrivata in Costa Rica, racconta, le istituzioni le hanno detto di non poterla proteggere e di dover lasciare il Paese. “I programmi migratori sono molto difficili, soprattutto per chi, come me, non ha documenti, che sono parte dell’identità di una persona. Se non ce li hai, non hai un paese che ti vuole. Anche questa è persecuzione”.
Nonostante le difficoltà, a unire le loro storie è la determinazione a continuare a raccontare. Nello “zaino invisibile”, tutte le ospiti hanno scelto lo stesso oggetto simbolico: una collana, emblema di un legame speciale e della forza che le spinge a non fermarsi.