Come si misura il disagio economico e sociale nelle città? Per rispondere a questa domanda ricercatori e ricercatrici dell’Istat hanno elaborato l’indice Idise, Indice di disagio socio-economico, incrociando i dati su problemi sociali, educativi, economici e lavorativi delle persone che vivono nei centri urbani. Li hanno pubblicati per la prima volta alla fine del 2025 e ne è uscita fuori una mappa per ogni città che mostra quali sono le aree con un elevato disagio economico e sociale.
A Torino le zone con l’indice Idise più elevato, quindi con maggiore disagio, si concentrano quasi tutte nella parte nord/nord-est della città. Tuttavia dalla mappa emergono delle criticità anche nell’area sud e in zone centrali, come in piazza Vittorio Veneto e a Porta Palazzo.
Quando si parla di città non si fa riferimento a un insieme neutro. Al loro interno si sommano architettura, storia, servizi, mobilità, vite quotidiane. Il risultato non è la somma esatta delle variabili ma qualcosa di diverso. È così anche a Torino. “Da un lato ci sono delle questioni demografiche che riflettono quelle nazionali ma che a Torino sono probabilmente un po’ più acute come l’invecchiamento della popolazione molto marcato e la crisi di natalità – spiega Giovanni Semi, docente di sociologia all’Università di Torino -. Di questo fenomeno poi nei quartieri popolari, in particolare nelle periferie, si ha una rappresentazione ancora più radicale perché in questi quartieri sono sovra rappresentate le famiglie straniere con i loro figli e la popolazione autoctona bianca, di origine italiana, ha l’impressione di essere assediata da grandi masse di popolazione straniera – continua Semi -. È un effetto ottico tipico dei quartieri popolari”.
“C’è anche poi un discorso pubblico che spettacolarizza molto questi quartieri – prosegue il docente – e li dipinge anche per quello che non sono. In Barriera di Milano, per esempio, c’è una popolazione residente che è circa il 30% straniera. È molto ma sia in Francia che negli Stati Uniti se io dico che c’è il 30% di popolazione di origine straniera in un quartiere, la gente non pensa che sia un quartiere con molti immigrati”. Secondo gli ultimi dati Istat, la popolazione straniera in Italia ha sfiorato i 5,9 milioni di persone, circa il 10% della popolazione complessiva.
“Questo amalgama di condizioni demografiche – prosegue Semi – crea anche delle situazioni politiche o conflittuali tipiche in questi quartieri, per cui molto spesso la politica ci arriva successivamente con l’idea di portare rigenerazione urbana o riqualificazione, che è il modo contemporaneo e molto urbano di cercare di risolvere problemi sociali con degli interventi di tipo urbanistico o territoriali”.
Città che crescono
L’urbanizzazione mostra a livello globale una crescita costante dei centri urbani. A oggi circa quattro quinti della popolazione mondiale vive in aree urbane. Nonostante sia questa la tendenza, il 54,7% dei comuni italiani sono di piccole dimensioni, contano cioè massimo 5mila abitanti, e ospitano solo il 16,5% della popolazione. Più della metà della popolazione italiana infatti vive in comuni di medie dimensioni, il 35,2% in grandi città.
Tuttavia si osserva uno spostamento continuo verso le aree più urbanizzate: negli ultimi anni centinaia di migliaia di persone, spesso giovani laureati e laureate, si sono spostati dalle aree interne verso i grandi centri, con stime che arrivano a più dell’80% entro il 2050.

Con un’affluenza sempre maggiore di persone che abitano nelle città si rendono sempre più necessari nuovi alloggi e interventi urbanistici. In particolare a partire dagli Anni 80-90 è stato portato avanti un intervento di ristrutturazione dei centri storici italiani. “Se noi guardassimo le statistiche sulla popolazione residente nei centri storici, vedremo che in tutte le città italiane i centri storici hanno perso popolazione, ma hanno perso nel senso che sono ridotte del 80% rispetto a quello che erano negli Anni 50-60 – spiega Semi -. I centri storici italiani si sono de-densificati, cioè è diminuita molto la densità urbana. Da lì per via del mercato o per via di interventi pubblici sono scomparsi letteralmente centinaia di migliaia di persone che hanno cercato alloggio in zone più economiche, all’esterno dell’area centrale. Quindi abbiamo da 50 anni un processo di periferizzazione, di fuoriuscita dal centro di famiglie povere che storicamente erano sempre state lì”.
Anche se i motivi per cui ci si arriva sono diversi, l’elemento comune è l’appartenenza alle fasce di popolazione più fragili. Le periferie finiscono così con l’essere una somma di povertà. “Questo fenomeno storico intercetta veramente almeno 3 generazioni ormai di abitanti e spinge progressivamente verso l’esterno le popolazioni più deboli. Questo significa che a un certo punto sulle aree esterne è come se si scaricassero generazione dopo generazione tutti i gruppi vulnerabili, compresi gli ultimi arrivati, cioè quelli degli Anni 90 e successivi che sono la popolazione straniera. Territori che erano già deboli di per sé lo diventano ancora di più”.
Un insieme di povertà
In Italia la crisi economica e sociale è una condizione strutturale e in continua crescita. Una condizione che accomuna tutto il territorio, compresa Torino. Secondo l’ultimo rapporto Caritas la fascia grigia della povertà si sta allargando. Non si tratta di persone in povertà assoluta ma in una situazione di scivolamento in povertà. Stando ai dati, nonostante il 57,9% dei richiedenti aiuto alle associazioni del terzo settore risulti disoccupato, una quota significativa è composta da “working poor”, persone che, pur avendo un impiego, non riescono a far fronte ai costi della vita.
“Il lavoro povero è il fenomeno che caratterizza di più la povertà ai giorni nostri, è questa la grande differenza che si è vista negli ultimi 15 anni”. Così spiega Alice Facchini, giornalista che ha scritto Poveri noi (Il Margine, 2025), che individua nel post Covid l’inizio del cambiamento. “Si tratta di lavoratori che a volte sono lavoratori in nero quindi senza contratto, – continua – in altri casi hanno contratti precari, oppure hanno un contratto a tempo indeterminato, ma a livello di salario non riescono a soddisfare tutti i bisogni della persona”. Il 10,6% di coloro che lavorano e si rivolgono al terzo settore ha un contratto a tempo indeterminato, una forma che in passato era considerata garanzia di stabilità, ma che oggi non lo è più in modo efficace.
In questo scenario la problematica abitativa è tra i bisogni complessi e più diffusi, l’unica ad avere un incremento costante. Non si tratta solo della mancanza di casa, ma soprattutto della difficoltà a mantenerla. In Italia, dove più del 70% delle famiglie italiane possiede la casa in cui vive, a impoverirsi di più è chi abita in affitto.
Al costo delle spese infatti si aggiunge quello dell’alloggio che ha un impatto significativo sul bilancio familiare, per il 10% si tratta di una quota uguale o superiore al 40% del reddito. “Quello che accade molto spesso è che in città i redditi sono più alti, quindi le persone effettivamente guadagnano di più, ma allo stesso tempo spendono di più perché la città costa di più, a partire dall’affitto ma non solo – spiega Facchini -. Anche potersi permettere di vivere in una città implica dei costi maggiori, di conseguenza anche se hai uno stipendio più alto non necessariamente vivi meglio”.

Tenendo conto di questa pluralità di fattori, come si misura allora il disagio economico e sociale nelle città? Per rispondere a questa domanda ricercatori e ricercatrici dell’Istat hanno elaborato l’indice Idise, incrociando nove indicatori. Tra gli altri ci sono il tasso di occupazione tra 25 e 64 anni, la percentuale di famiglie a basso reddito, la percentuale di persone con più di 70 anni che vivono da sole e non hanno una casa di proprietà, la percentuale di giovani che non studia e non lavora e quella di studenti che abbandona la scuola.
Ogni indicatore contribuisce a formare l’indice Idise che ha un valore di riferimento pari a 100: nelle aree che lo superano il disagio è maggiore. Le zone dove l’indice è più alto vengono chiamate Adu, Aree di disagio socio-economico in ambito urbano. “Misurare un fenomeno – conclude Facchini – come può essere quello della povertà, ma anche fenomeni collaterali che orbitano intorno alla povertà come il disagio socio-economico, è fondamentale perché raccogliere i dati è il primo passo per poter pianificare gli interventi e le politiche che rispondano a questo tipo di problematiche. Se non ho neanche un’idea di quanto è ampio il fenomeno non riesco naturalmente a capire quali sono gli strumenti migliori per trovare delle risposte”.
Non un progetto ma un processo
“Il problema degli interventi urbanistici è che, se non sono ragionati, gli effetti indiretti possono generare ulteriori disuguaglianze – commenta il Semi -. L’esempio classico è la linea della metropolitana. Io disegno una nuova linea della metropolitana, non appena il progetto viene approvato, è automatico che nelle zone dove c’è la fermata, nel raggio attorno alla fermata, ma per 500 metri, 700 metri attorno al raggio della fermata, i valori immobiliari cominceranno a crescere. Questa cosa qui è sia positiva che negativa – conclude il docente – perché se io sono già un proprietario in quella zona lì ho una rivalutazione del mio alloggio, però è anche vero che per chi sta fuori, se stava pensando di spostarsi in quella zona dove ci sarà poi la fermata metropolitana, ci sarà verosimilmente un 15% di costi in più”. Perché un intervento urbano sia efficace quindi deve rispondere a un bisogno reale dei residenti ed essere oggetto di un processo di valutazione e di un monitoraggio costante.
Rita Carraro è la fondatrice Kallipolis, un’associazione di promozione sociale che si occupa di rigenerazione urbana. Tra le diverse aree della città di cui si occupa c’è anche via Arquata. Si tratta di una strada situata in una zona residenziale quasi totalmente privo di attività commerciali, dove ci sono due assi pedonali che costeggiano la stazione e circondano il complesso di case popolari. “L’edificio è una sorta di elemento a sé stante rispetto alla città, una sorta di isola se vuoi, perché hai da una parte il cavalcavia di Corso Dante che chiude, hai i due rami paralleli alla ferrovia, via Pagano e via Rapallo, e poi c’è Corso Turati che è un corso molto grande e che è un po’ questa sorta di barriera urbana, un po’ uno spartiacque” spiega Carraro. La strada inoltre si trova proprio al confine con il quartiere Crocetta, un quartiere residenziale tra i più rinomati.

“Lo sport secondo noi poteva essere una funzione che avrebbe potuto riattivare quello spazio. Per questo una delle prime attività poi abbiamo promosso in maniera continuativa è stata proprio lo sport – continua Carraro -. In questo momento quello che stiamo facendo è anche proporre una serie di corsi di tipo più artigianale attraverso le quali le persone imparano delle tecniche, ad esempio stiamo facendo i corsi di mosaico, e allo stesso tempo riqualifichiamo una parte del territorio, una sorta di compartecipazione alla riqualificazione dello spazio”.
“Quello che facciamo è un’osservazione del territorio attraverso il monitoraggio delle attività che facciamo, anche di sperimentazione continua e il fatto di stare in uno spazio per tanto tempo ti permette di vedere quello che funziona – conclude Carraro -. Per questo più che un progetto lo definirei un processo di rigenerazione”.
All’estremo nord della città, al confine con Settimo e Mappano, a ridosso dell’autostrada verso Milano c’è Falchera. Si tratta di un quartiere che è rimasto a lungo isolato dal resto della città. Negli anni ‘70, a seguito dell’aumento demografico, il quartiere è stato ampliato, realizzando così un nuovo nucleo urbano, la Falchera Nuova. Nella zona si trovano ancora le prime grandi cascine: una di queste, della famiglia Falchero, ha dato il nome a tutto l’antico borgo. Oggi questo luogo è stato preso in gestione dal Consorzio Kairos, un insieme di cooperative con competenze diverse fra loro, e si chiama Cascina Falchera.

“Abbiamo una parte agricola dove negli ultimi anni ci siamo concentrati nell’apertura di 100 lotti di orti urbani – spiega Rebecca Burgio, coordinatrice operativa della struttura – dove la cittadinanza può prendere in affitto un piccolo pezzo di terreno e avere il proprio orto. All’interno di questi lotti ci sono delle possibilità per i cittadini di fare orticoltura ma si creano anche momenti di formazione e momenti di comunità come pranzi comunitari – conclude Burgio -. E poi l’attività più importante che abbiamo sono le attività educative: laboratori con le scuole, tirocini e inserimenti lavorativi per persone con disabilità o che devono scontare una pena”.
“La rigenerazione urbana potremmo pensarla come qualcosa di estemporaneo – aggiunge Semi -. In realtà le città si trasformano in continuazione e allora molti di questi interventi sono fondamentali, per esempio investire su servizi pubblici di mobilità, mettere ciclabili, lavorare sulla parte verde, aprire parchi. Sono tutte cose utili, sono tutti modi di prendersi cura”.
“Ogni intervento pubblico – conclude il docente – che sappia intercettare e ridistribuire questi guadagni fa un’opera intelligente. Attori pubblici che invece ragionano più in ottica di mercato, semplicemente dicono vabbè noi muoviamo la città, la trasformiamo, poi il mercato farà quello che deve fare, lasciano semplicemente le persone arrangiarsi e questo genera molto spesso un grande disuguaglianza”.
