Nelle campagne tra Vercelli e Novara le risaie sono ancora vuote. A marzo i campi sono fermi e aspettano l’acqua per far crescere il riso. I produttori, però, sono già in movimento. Molti stanno valutando se seminare meno, se lasciare incolta parte del proprio appezzamento o se provare con mais o soia, dove il terreno lo consente. Roberto Guerrini, presidente di Coldiretti Vercelli-Biella e risicoltore, lo dice senza giri di parole: “Se vendo riso a 30 euro al quintale non copro i costi di produzione. Mi conviene quasi lasciare i terreni incolti”. La cifra – 30 euro al quintale e 300 alla tonnellata – è diventata simbolo di una crisi che esiste da anni ma che è accelerata negli ultimi 12 mesi. Le varietà più colpite sono quelle di tipo Indica – il riso lungo usato per insalate e contorni – che l’Italia ha cominciato a coltivare dagli Anni ’90 sotto incentivi europei. Oggi quel riso arriva dall’Asia a prezzi che il prodotto italiano non riesce a sostenere.
Se il gioco non vale la candela
Sugli scaffali dei supermercati un chilo di riso costa poco. Eppure, chi lo coltiva rischia di lavorare in perdita. I costi di produzione nel Vercellese si attestano tra i 45 e i 50 euro al quintale, a seconda della varietà. Con un prezzo di mercato sui 30 euro, ogni quintale venduto equivale a una perdita. Ma non è sempre stato così: due anni fa le quotazioni dell’Indica erano a 600 euro a tonnellata e un anno fa erano scese a 500.
Oggi sono sotto la soglia psicologica dei 300. Un problema che Roberto Magnaghi, direttore dell’Ente nazionale risi, inquadra in dimensione europea: “Lo scorso anno sono entrate in Europa 1.750.000 tonnellate di riso lavorato e il 60% di questo prodotto entra senza pagare il dazio”. La concorrenza più pesante, spiega, arriva da Cambogia e Myanmar. I due paesi beneficiano del regime Everything But Arms (Eba), una concessione europea nata per aiutare gli stati più poveri, ma diventata nella pratica strumento per inondare il mercato europeo di riso a dazio zero. Solo l’anno scorso, dai due stati, ne sono arrivate 550mila tonnellate. Il confronto tra i costi dice tutto: una tonnellata di riso già lavorato dal Myanmar costa 400 euro, mentre la materia prima italiana si aggira intorno ai 330 euro, ancora grezza: “Noi non riusciamo a competere”, ammette Magnaghi.
Ma a cosa è dovuto questo squilibrio? A pesare è la differenza di standard produttivi. I risicoltori italiani devono rispettare norme sul lavoro e sull’ambiente che vietano, per esempio, l’uso di alcuni principi attivi. Il triciclazolo, fungicida considerato cancerogeno e vietato in Europa, in Myanmar è consentito, spiega Magnaghi, con un limite di quindici volte superiore a quello che vigeva qui prima del divieto.
Per Guerrini si tratta di concorrenza sleale. Il direttore di Ente nazionale risi, invece, svela il paradosso: “È una concorrenza del tutto leale, perché segue le regole europee. Ed è ancora peggio: se fosse sleale potremmo combatterla con altri strumenti. Qui invece è permessa dall’Unione europea”. Il nodo è il rispetto del principio di reciprocità: l’Europa impone ai propri agricoltori standard di sostenibilità, ma poi permette l’importazione di prodotti da paesi nei quali questi standard non esistono.
La clausola di salvaguardia e il voto del Parlamento europeo
Il Parlamento europeo voterà, ad aprile, il nuovo Sistema di preferenze generalizzate (Sgp), che include una clausola di salvaguardia automatica: superata una certa soglia di importazioni, scattano i dazi. C’è, però, un problema: la soglia stabilita – intorno alle 560mila tonnellate – è ritenuta insufficiente. “Abbiamo applicato la salvaguardia nel 2019 quando le importazioni erano a 345mila tonnellate – ricorda Magnaghi – . Adesso ci chiedono di accettare questa cifra, che aumenteranno ogni anno perché è una media mobile”. Per questo il settore risicolo prova a convincere i parlamentari dei paesi produttori – Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, Ungheria, Bulgaria e Romania -, e quelli dei paesi non produttori, a emendare il testo e a ridurre quella percentuale.
Sul territorio nazionale le conseguenze si misurano già. Su 230mila ettari coltivati a riso, 50mila erano coltivati a indica. Dai sondaggi dell’Ente risi sulle prossime semine, ci si aspetta una diminuzione a 35mila – una perdita di 15mila ettari in un solo anno. E, sempre l’Ente, spiega che alcuni risicoltori hanno scelto di puntare sul riso japonica – più tondo e ideale per le minestre. Il rischio, continua Magnaghi, è quello di una possibile crisi data da un’offerta di prodotto superiore alla domanda. Per questo, “soprattutto nella zona del Pavese, visti gli incentivi per ritornare alla pioppicoltura, alcuni destineranno i terreni a questo, con il problema che il pioppo ha bisogno di anni per crescere e toglierà spazio all’area seminata a riso”.
L’acqua che scorre e che non si riesce a trattenere
Alla crisi di mercato che danneggia produttori locali e varietà autoctone, si sovrappone quella climatica. Per ogni ettaro di terreno destinato al riso servono circa 13mila metri cubi di acqua ogni anno. Il sistema di canali costruito per l’approvvigionamento idrico ha garantito acqua per secoli. Ma con l’acuirsi della crisi climatica, i metodi tradizionali rischiano di non bastare più. La siccità del 2022 ha mostrato quanto l’equilibrio sia fragile e quanto sia importante evitare lo spreco di acqua: “In questo momento riusciamo a stoccare solo dall’11 al 15 per cento dell’acqua piovana che cade in un anno”, spiega Guerrini. La proposta di Coldiretti è, quindi, quella di costruire nuove dighe, micro-invasi e laghetti anche in pianura.
Ma è qui che si apre una delle fratture più profonde e durature del dibattito in Piemonte. In Val Sessera, nel Biellese, circa 12 anni fa – nel 2014 -, il Consorzio di bonifica della Baraggia Biellese e Vercellese ha ottenuto l’autorizzazione a costruire una diga da 7 milioni di metri cubi. Il costo stimato, circa 500 milioni di euro, sarebbe stato interamente finanziato dallo Stato. Alla costruzione della diga si oppone fermamente il Comitato Custodiamo la Valsessera. Daniele Gamba, che ne fa parte, mette in discussione l’impatto ambientale – nella Valsessera vive il raro coleottero Carabus olympiae, specie vulnerabile e a rischio proprio per le trasformazioni dell’habitat – e la logica complessiva: “La montagna non si può spremere come un limone. Il Biellese ha già tre dighe costruite tra gli Anni ’50 e ’90: sul torrente Ingagna, sul lago Ravasanella e sul torrente Ostola, per una capacità complessiva di circa 15 milioni di metri cubi”. Eppure, in due anni consecutivi di siccità anche quegli invasi si sono svuotati. Gamba fa dunque notare che i consumi idrici agricoli sono esplosi in modo insostenibile nell’ultimo secolo e che è sbagliato pensare che l’acqua che non raccogliamo, e che scorre dal fiume fino al mare, sia sprecata. Serve ad alimentare la falda, sostiene gli ecosistemi e depura gli inquinanti.
Cruciale per la risicoltura è anche il ponte canale Cavour-Dora Baltea, simbolo della rivoluzione agricola che nell’800 rilanciò e modernizzò l’agricoltura subalpina. L’Associazione nazionale consorzi gestione e tutela del territorio e acque irrigue (Anbi) ha espresso timori sul cedimento dell’infrastruttura, attraverso la quale le acque del canale Cavour superano la Dora Baltea e proseguono verso le risaie. Per questo, venerdì 20 marzo, la Regione ha annunciato lo stanziamento di 320mila euro per alcuni lavori di urgenza. L’opera, realizzata tra il 1863 e il 1866, è vitale per circa 150mila ettari di risicoltura del Vercellese e del Novarese. Da lì passano, infatti, 110 metri cubi di acqua al secondo e tra pochi giorni sarà riattivato per l’irrigazione. Ma per mettere le cose a posto, per ristrutturare complessivamente il canale Cavour, servono 11 milioni, che per ora non si trovano.
Nel frattempo, spiega Gamba, tra Biellese e Vercellese circa 800 ettari di ex risaie stanno per essere convertiti a campi fotovoltaici. Sono terreni che i risicoltori, non riuscendo più a ricavarne reddito, vendono a chi li trasforma in impianti solari. “Un terreno a risaia vale 2-2,50 euro al metro quadro. Venduto per il fotovoltaico ne vale 8-10”. Una scelta comprensibile che però cambia in maniera permanente la vocazione agricola del territorio.
Le Tea: dal laboratorio, una possibile risposta
Dai campi sperimentali del Centro ricerche sul riso di Castello d’Agogna si sta lavorando per offrire delle alternative più sostenibili. Il 30 settembre 2025 è avvenuta una prima volta storica: è stato raccolto il primo riso italiano ottenuto con le Tecniche di evoluzione assistita (Tea). Filip Haxhari, responsabile del miglioramento genetico dell’Ente nazionale Risi, spiega di cosa si tratta: “Non vengono modificati i geni: vengono prodotti cambiamenti parziali nella lunga catena del Dna, pochi nucleotidi cambiano posizione e viene causata una mutazione”. Haxhari afferma che la mutazione è identica a quelle che avvengono spontaneamente in natura, ma ha il vantaggio di essere ottenuta con precisione e in tempi molto più rapidi. La differenza con gli organismi geneticamente modificati (Ogm) è sostanziale: nessun Dna estraneo viene inserito nella pianta.
Un beneficio concreto. Il breeding convenzionale – gli incroci tradizionali usati da cento anni – richiede decenni di lavoro per ottenere una varietà di Carnaroli resistente al fungo brusone e che mantenga intatte le qualità del chicco. “Quando si incrociano due varietà si sconvolge completamente il patrimonio genetico di entrambe”, spiega Haxhari. Con le Tea si interviene su un singolo carattere lasciando intatto il resto. Ciò vuol dire meno fungicidi, costi di produzione più bassi o radici più profonde per ridurre il fabbisogno idrico della pianta.
La ricerca lavora anche su varietà di riso con indice glicemico più basso. Un prodotto che potenzialmente potrebbe aprire un mercato per le persone con problemi metabolici e con un valore di glicemia elevato. La sperimentazione del 2025, condotta dall’Università di Milano, ha coinvolto due campi in Lombardia e uno in Piemonte. L’ostacolo principale, a oggi, non è scientifico ma normativo: l’Unione europea, infatti, non ha ancora una legislazione che consenta la commercializzazione del riso ottenuto tramite tecniche Tea. Per questo, finché la legge non arriva, le nuove varietà restano confinate ai campi sperimentali – con nuove semine previste anche per quest’anno.
Un sistema a rischio
L’analisi della crisi del riso piemontese permette di fotografare una situazione complessa. La pressione del mercato globale, la politica commerciale europea giudicata contraddittoria dai produttori, il peso del cambiamento climatico e la ricerca scientifica promettente che aspetta il permesso per diventare pratica agricola. Nel frattempo, gli ettari seminati a riso nel 2025 rischiano di ridursi. Il futuro del riso piemontese non dipende solo dai campi, ma dalle scelte politiche: sui dazi, sull’acqua, sull’innovazione. Senza un intervento, la trasformazione è già in corso. E potrebbe essere irreversibile.
In copertina fotografia di Ente nazionale risi: Un tipico paesaggio della pianura risicola lombardo-piemontese.