Da novità a stile di vita, passato e presente del cricket a Torino e in Italia

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“Sono cresciuto giocando a cricket e guardando partite, fino ad arrivare a praticarlo a livello professionale”, è la storia di Aditya Bundela, 39 anni. Nato in India, oggi vive a Torino, dove lavora per Iveco. Proprio qui ha ricominciato a giocare a cricket, uno sport che dalle sue parti “è una religione, tanto che spesso le persone fanno grandi sforzi per arrivare a giocare ad alti livelli e anche se non ce la fanno si dedicano all’arbitraggio, perché vogliono vivere di cricket”. Arrivato in Italia nel 2017 ha frequentato l’Mba, il Master business administration, al Politecnico di Milano: “Lì non giocavo. In Italia i gruppi e i club si pubblicizzano poco. E spesso gli studenti e gli immigrati che arrivano qui hanno giustamente altre priorità e quindi smettono di giocare”. 

È quello che è successo anche a Bundela, che dopo essersi inserito nel mondo lavorativo è entrato in un gruppo Whatsapp dedicato al cricket, che già nel marzo del 2021, periodo in cui si è trasferito da Milano a Torino, conteneva 200 persone. “All’inizio non era molto attivo, allora abbiamo incoraggiato di più le persone e da lì abbiamo cominciato a riunirci nei parchi per giocare. Già dalle prime volte si presentavano trenta o quaranta persone”. In breve tempo lo sport è diventato motore di aggregazione, soprattutto per le comunità di stranieri provenienti da India, Pakistan e Sri Lanka. “Non sapevo ci fossero così tanti indiani qui, l’ho appreso grazie al cricket e proprio grazie allo sport mi sono costruito diverse amicizie. Ci scambiamo consigli, a volte vengono a giocare quarantenni e i più giovani, soprattutto studenti, chiedono spesso informazioni su alcune questioni pratiche qui in Italia”. Come acquistare i biglietti per tornare a casa, come migliorare la lingua, come modificare il curriculum, ma anche suggerimenti sui migliori ristoranti da provare. Il cricket diventa insomma un pretesto per stringere nuovi legami, in un Paese che per alcuni rappresenta il futuro, mentre per altri è solamente di passaggio. Proprio per gli studenti, che si trattengono in Italia per un tempo limitato, Bundela ha creato una pagina Instagram chiamata Bharatiya Torino Club, con un link diretto per entrare nel gruppo Whatsapp, che oggi può contare su 275 membri.

“All’inizio mi piaceva fotografare e filmare i miei compagni e mandavo le immagini sul gruppo. Un giorno ho creato una piccola compilation e da lì mi è venuta l’idea di aprire la pagina, che permette di reclutare sempre nuovi giocatori”. L’organizzazione è così migliorata nel tempo e oggi nulla è lasciato al caso. La pagina ha ampliato i propri orizzonti: “Se scopro nuove tecniche di gioco o nuovi negozi per l’attrezzatura lo segnalo. Ma posto anche i progressi delle nazionali dei miei Paesi di casa: India e Italia”. Le attività del gruppo seguono anche una certa calendarizzazione. Il maltempo, infatti, rende molto difficile giocare a cricket, motivo per cui il campionato italiano si gioca tra aprile e ottobre. Inoltre il rischio infortuni per chi non pratica lo sport professionalmente è alto. Per questo le attività del gruppo riprenderanno verso fine febbraio. 

E tornerà anche quella che sul profilo Instagram creato da Bundela viene chiamata la “Torino Premier League”. “Per i tornei chiediamo una quota di iscrizione che varia tra i 6 e i 10 euro, così dopo le partite pranziamo insieme”. Una sorta di terzo tempo in cui nessuno è escluso: “Tra India e Pakistan ci sono e ci sono stati conflitti, ma qui si convive tutti insieme senza problemi. Anche quando discutiamo di questioni politiche, il dibattito è sempre civile ed educato”. Una questione non da poco: nell’Indian Premier League, uno dei campionati più blasonati al mondo, i giocatori pakistani non sono ammessi. A Torino, invece, indiani e pakistani si divertono e banchettano insieme: “Sappiamo che siamo nella stessa barca, ci siamo trasferiti dal nostro Paese per studiare e lavorare. L’unico motivo per cui litighiamo sono le questioni di campo” scherza Bundela. 

Musica in sottofondo, cibo, Red Bull e qualche birra sono gli elementi che incorniciano i weekend torinesi a base di cricket. Un’atmosfera  che coinvolge anche chi sta attorno, chi passa per caso e si imbatte nelle partite. Anche perché Bundela e compagni giocano nei parchi e la gente si avvicina, solitamente, con una domanda: “È baseball?”. Da lì partono conversazioni sullo sport e in breve tempo, ancora una volta, il cricket si trasforma in motore di integrazione, tanto che oggi, spiega Bundela, “ci sono anche due italiani, Tommaso e Davide che giocano con noi. Speriamo che con la qualificazione dell’Italia al campionato del Mondo si incrementi la partecipazione”. 

Se giocare nei parchi aiuta ad avvicinare neofiti allo sport, praticare cricket in spazi pubblici ha anche delle controindicazioni. Inizialmente il gruppo di Bundela si dava appuntamento al Parco Braccini, in cui gli spazi circolari, per quanto ridotti, favorivano il gioco. Urla e rumore infastidivano però i residenti. “Non è stato facile trovare un nuovo posto” commenta Bundela. Inizialmente le attività si sono spostate così al Parco Dora, dove “è presente un capanno, sotto cui giocavamo”. Ma anche in questo caso sorgono presto problemi strutturali: “Sotto al capanno ci sono le colonne e inoltre molti bambini giocano lì sotto”. Nonostante il gruppo utilizzi attrezzatura semi rigida, anche per tutelare la salute degli studenti che praticano lo sport, un bambino può essere più esposto a rischi se colpito. Per questa ragione anche il Parco Dora è stato scartato e il gruppo si ritrova prevalentemente al Parco Colonnetti, in zona Mirafiori, che si presta “bene per dimensioni, ma talvolta presenta erba troppo alta e buche nel terreno”. Un problema che è stato riferito anche all’ambasciatrice indiana in Italia, che ha visitato Torino lo scorso anno. “Basterebbe un campo grande, che possa essere usato anche per altri sport, ma sappiamo che è difficile”. 

La storia del cricket a Torino e la questione degli impianti in Italia

La problematica di impianti e concessioni è decisamente attuale. Simone Gambino, fondatore della Federazione italiana cricket e oggi presidente onorario, spiega che una delle priorità è quella di “investire in nuovi campi”. Anche perché, come sottolinea Gambino, in passato “l’impiantistica fu decisiva per il riconoscimento dell’Italia come membro associato dell’Icc (Internationl cricket council)” avvenuto negli anni ‘90. Ora molti dei campi a disposizione sono in erba sintetica, anche perché “giocare su campi in erba naturale implica avere risorse umane che curino il campo non facili da gestire”. 

Il Torino Cricket Club, nato nel 1986, ha pagato sulla propria pelle la questione degli impianti. Fondato da Paolo Bruno – insieme a un gruppo di entusiasti tra cui il fratello Luca, oggi segretario generale della Federazione italiana – il club mosse i suoi primi passi, guarda caso, in un parco, in questo caso quello della Pellerina. La squadra nacque proprio quando Bruno incontrò Gambino che, rimasto affascinato dallo sport dopo un viaggio in Inghilterra, è da considerarsi il pioniere del cricket italiano. “Conobbi Simone al corso di allievo ufficiale alla scuola di fanteria di Cesano di Roma e chiacchierando, durante i tempi morti, scoprii della sua passione, che mi incuriosì”. Ciò che elettrizzò Bruno fu il fattore “novità” di questo sport, lo stuzzicava l’idea di “creare qualcosa di nuovo”. All’inizio però “non sapevamo nemmeno le regole”, cionostante il Torino Cricket Club finisce presto su Rai 1. “Simone mi chiese se volessimo partecipare a Italia Sera, in una puntata in cui si sarebbe parlato di cricket. Noi, all’epoca, non sapevamo molto dello sport, ma fummo entusiasti. In breve tempo ci facemmo sponsorizzare da una birreria inglese di Torino, che ci diede una divisa particolarmente bella. Per questo, quando i miei amici, capeggiati da mio fratello, andarono in onda furono inquadrati spesso, nonostante fossimo ancora dei neofiti nell’ambiente”. L’evento fortuito crea entusiasmo anche negli amici che assistono da casa al programma. Nel giro di poco tempo il club si struttura e in meno di due anni chiude un accordo con il comune di Collegno, che concede il campo. L’impianto è decisivo nella crescita della squadra, alcuni si appassionano talmente tanto che diventano anche arbitri di livello internazionale, come nel caso di Tommy Ambrogio

Già allora la squadra si appoggiava in parte alla comunità inglese e a quella pakistana: “L’integrazione attraverso lo sport c’era, ma rimaneva minima, perché all’epoca la comunità pakistana non era ampia come oggi”. Il nucleo principale di giocatori rimaneva quello degli amici italiani che fondarono il club. Furono però decisive le presenze di tre ragazzi che in precedenza avevano vissuto in Sudafrica, dove lo sport è molto più diffuso. Tra questi vi fu Flavio Vergnano, che allenando portò innovazione nella tecnica di gioco grazie all’esperienza pregressa.

L’esperienza della squadra torinese terminò però nel 1997: il campo di Collegno non fu più dato in concessione e questo creò un grosso ostacolo organizzativo. Trovare strutture adatte diventò infatti più difficile, con il passare degli anni alcuni dei giocatori si trasferirono e non ci fu il cambio generazionale adatto per sostenere un’attività sostanzialmente autofinanziata dai giocatori. 

Nonostante ciò il cricket a Torino lasciò un’impronta indelebile. La città fu infatti la meta finale della “Botham Hannibal Walk”, una camminata benefica organizzata da Ian Botham, uno dei migliori giocatori della storia del cricket. Botham ripercorse il tragitto che Annibale fece attraverso le Alpi nel 1988, e il 19 aprile arrivò, accompagnato da tre elefanti, in piazza Castello. Bruno ricorda così l’evento: “Entrammo anche nella Sala rossa del comune, dove ci accolse anche il sindaco dell’epoca Maria Magnani Noya. Fu un evento decisamente singolare, che destò l’attenzione dei media”. 

Peraltro Torino fu storicamente una delle culle del cricket italiano. Nel 1887 venne infatti fondato il Torino Football and Cricket Club che – come riporta il libro Gli anni clandestini. Il cricket italiano dalla nascita fino al riconoscimento da parte del CONI scritto da Gambino – fu la prima società ad alternare l’attività di cricket e calcio.

L’Italia del cricket oggi

La storia del cricket a Torino riflette appieno quella del movimento italiano: nato nel Paese come uno sport praticato da studenti entusiasti, è oggi uno sport praticato soprattutto dalle comunità asiatiche – pakistane, indiane e bengalesi in primis -, che ne hanno raccolto l’eredità, portando avanti la storia e apportando sensibili modifiche nel modo di vivere lo sport. Da “novità assoluta” come la definisce Paolo Bruno a “religione e metodo di integrazione” per Bundela. 

I successi della Nazionale, alla sua prima partecipazione mondiale nel 2026, sono legati però anche al gruppo di emigrati che “hanno compiuto il percorso inverso, e cioè quelli le cui famiglie si sono trasferite in paesi in cui lo sport è più diffuso e ha un livello più alto, come Australia e Inghilterra. Loro hanno scelto di rappresentare l’Italia in onore delle loro famiglie” spiega Nikhil Jha, giornalista e assegnista di ricerca al Politecnico di Torino. Lo stesso capitano Wayne Madsen è sudafricano e non parla italiano, ma la nonna materna ha vissuto sei anni ad Avigliana, in provincia di Torino.  “Il gruppo è formato da un mix di oriundi e immigrati” aggiunge Jha. E anche se l’Italia non è certo tra le big del cricket mondiale “il gruppo attuale fa parte di un ciclo solido cominciato da circa due, tre anni”.

Se l’eterogeneo mix tra emigrati e oriundi è possibile, il merito è anche di Gambino, che si batté per cambiare il regolamento. Il meccanismo stabilito dall’Icc si basava sullo Ius soli, con un’applicazione particolarmente rigida del criterio della “nascita sul territorio”. Così, nei primi anni 2000, all’Italia fu contestata la convocazione di giocatori oriundi non nati in Italia. A seguito delle squalifiche dei giocatori “contestati” l’Italia decise di ritirare la squadra dall’Icc Trophy nel 2001. Un segnale forte, che servì a cambiare le regole dello sport. Nel 2002, infatti, sotto la guida di Malcolm Speed, l’Icc riconobbe la cittadinanza tra i criteri validi per la convocazione di un giocatore.

La Federazione, nel corso del tempo, affrontò anche il problema opposto. Sempre nel 2002 il Consiglio federale riuscì ad approvare, in anticipo sui tempi, lo Ius soli sportivo, appellandosi questa volta alle regole internazionali del loro sport. Così, già da allora, i cittadini immigrati non dovevano aspettare il compimento dei 18 anni per giocare in Nazionale. Agli adulti bastavano dunque sette anni di residenza, ma con una deroga per due giocatori, per cui ne erano sufficienti quattro. A livello giovanile, invece, bastavano quattro anni di residenza. Due procedure indispensabili – come racconta approfonditamente Gambino nel libro Ius sanguinis, ius soli. Il cricket, la fucina dei nuovi italiani – per la crescita del movimento.

Il futuro del movimento

Al di là del risultato la qualificazione al Mondiale dell’Italia è un successo, perché porta fondi e visibilità. Ma la strada per lo sviluppo del movimento è ancora lunga. Gambino fissa i due obiettivi che la Federazione si pone, “indipendentemente dalla qualificazione al Mondiale”. Oltre alla già citata urgenza relativa all’impiantistica, una delle priorità è quella di portare lo sport nelle scuole: “Serve educare i professori di educazione fisica. Con il materiale indoor è possibile giocare anche all’interno delle palestre” spiega Gambino. E poi, per la parte organizzativa, “servono nuovi dirigenti con la giusta forma mentis” aggiunge Gambino. 

A livello locale, invece, si punta ad ampliare la partecipazione Lo spiega Bundela, che racconta con entusiasmo il successo della Indian Women League, che ha portato la Nazionale femminile indiana a vincere il Campionato mondiale T20 giocato in casa. E riflette su un possibile coinvolgimento delle donne nello sport anche a Torino: “Oggi purtroppo non ci sono donne che partecipano al movimento, ma è una cosa di cui abbiamo discusso internamente e ci piacerebbe avvicinarle allo sport, organizzando qualche evento dedicato a loro”. 

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