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Contro la violenza ostetrica: le mamme devono tornare al centro

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Ieri, domenica 9 maggio, in Italia si è celebrata la festa della mamma. A 65 anni dalla prima giornata dedicata alle madri nel nostro paese, però, resta attuale il problema delle condizioni in cui le donne si trovano a partorire. Pratiche obsolete, violente e spesso immotivate persistono negli ospedali di tutto il mondo, anche in Italia e in Piemonte. L’insieme di questi maltrattamenti ha un nome: violenza ostetrica.

“Quando si parla di parto c’è lo stereotipo che se donna e bambino sopravvivono, allora tutto è andato bene. Invece è proprio questo il punto: spesso le madri sono delle sopravvissute e si portano dietro un carico di traumi e sofferenze”

Alessandra Battisti, osservatorio sulla violenza ostetrica in italia

Da quando se ne parla

Il primo paese a riconoscere legalmente la violenza ostetrica è stato il Venezuela, nel 2007. Negli anni successivi si sono espresse anche le organizzazioni internazionali: nel 2014 l’Oms, con una dichiarazione sulla “prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere”; nel 2019 le Nazioni unite, con un rapporto su “maltrattamenti e violenza contro le donne nelle strutture sanitarie con particolare riguardo a parto e violenza ostetrica”.

Tra le pratiche elencate dal documento, si va dalla sterilizzazione, all’interruzione di gravidanza forzata – spesso ai danni di minoranze, donne indigene o Rom, disabili o malate. Ma anche il cesareo – quando immotivato – la violazione della privacy, l’abuso verbale. “Queste pratiche non solo violano i diritti delle donne a una cura dignitosa”, si legge, “ma possono anche mettere a rischio il loro diritto alla vita, alla salute, all’integrità fisica e a non essere discriminate”. 

Nel nostro paese, alcune delle procedure citate dal rapporto sono ancora diffuse, in modo più o meno sistematico: episiotomia, manovra di Kristeller, manovra di Valsalva, induzione farmacologica del travaglio, uso di ventosa o forcipe, rottura artificiale delle membrane. Nel 2016 fu anche fatto un tentativo di codificare il concetto di violenza ostetrica, tramite la proposta di legge del deputato di Sinistra italiana Adriano Zaccagnini: “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico”.

Ciononostante, in Italia, il termine è poco comune. Tra i principali enti che hanno promosso un discorso pubblico sul tema c’è l’Osservatorio sulla violenza ostetrica (Ovo). Nato in seguito al successo della campagna social #bastatacere che aveva raccolto testimonianze di abusi, maltrattamenti o violenze nel parto, l’Osservatorio è stato co-fondato dall’avvocata Alessandra Battisti: “In Italia, anche grazie alla campagna, se ne è iniziato a parlare e le donne hanno potuto condividere le loro storie. Si sono accorte di non essere casi isolati ed è emerso un fenomeno che era sommerso, circondato da vergogna. Quando si parla di parto c’è lo stereotipo che se donna e bambino sopravvivono, allora tutto è andato bene. Invece è proprio questo il punto: spesso le madri sono delle sopravvissute e si portano dietro un carico di traumi e sofferenze”.

“La gravidanza è un evento naturale, non una patologia”

Maria Cristina Baratto, ostetrica

Un fenomeno poco documentato

Non solo lo stigma: un’altra difficoltà che emerge quando si parla di violenza ostetrica è la scarsità di dati ufficiali. Nel 2016 l’Ovo ha commissionato una ricerca nazionale all’istituto Doxa, coinvolgendo madri con figli tra 0 e 14 anni di età.

“Questo sondaggio resta l’unica fotografia chiara su scala nazionale della situazione. Oggi continuiamo a raccogliere testimonianze tramite mail e social, e non siamo l’unica associazione a farlo, ma non esistono dati ufficiali sulla violenza ostetrica”.

L’episiotomia

L’episiotomia è una profonda incisione di alcuni centimetri che viene effettuata nel perineo, cioè lo spazio tra la vagina e l’ano. Il suo scopo è di facilitare l’espulsione del feto allargando l’orifizio da cui deve passare, ma può causare infezioni, lacerazioni durante il travaglio, dolori persistenti nei mesi successivi al parto, difficoltà nella ripresa dei rapporti sessuali. Da decenni, l’Oms consiglia di applicarla solo in situazioni di estrema necessità. 

Battisti aggiunge: “Spesso nei resoconti che riceviamo, nelle cartelle cliniche che ci chiedono di revisionare, non è indicato il motivo dell’episiotomia. Alcune donne che ci scrivono non sono state informate del motivo per cui veniva effettuata la procedura, talvolta non hanno nemmeno ricevuto l’anestesia prima”.

È una delle poche pratiche su cui esistono dati precisi, anche se non aggiornati. A livello nazionale, i numeri ufficiali più recenti risalgono a uno studio dell’Istituto superiore di sanità (Iss) del 2012: la tecnica veniva utilizzata nel 45% dei casi. Oggi questo numero è fortemente calato almeno in Piemonte, dove si registrano episiotomie nel 12,2% dei parti spontanei – anche se questo dato esclude i travagli indotti, molto frequenti nella regione. In ogni caso, il numero resta alto, per una procedura che l’Iss si aspetterebbe di riscontrare al massimo nel 5% dei casi. 

Maria Cristina Baratto, presidente dell’Ordine della professione di ostetrica interprovinciale di Torino, Asti e Cuneo, spiega: “L’episiotomia è legata all’eccessiva medicalizzazione, abitualmente non è necessaria. Se una donna partorisce supina su un letto ginecologico è molto più frequente che venga praticata un’episiotomia. È molto importante – specifica Baratto – che sia messa nella condizione di scegliere la sua posizione, per esempio carponi o accovacciata”.

“Il travaglio è un processo in cui la donna e il bambino cooperano fra di loro, se viene alterato o eliminato le donne perdono un’esperienza fondamentale”

Alessandra Battisti, osservatorio sulla violenza ostetrica in italia

Il taglio cesareo

Un’altra pratica per la quale esistono dati ufficiali è il taglio cesareo, ovvero un’incisione delle pareti addominale e uterina della donna per estrarre il feto. Essendo una procedura non priva di rischi, che può aumentare il rischio di emorragie e infezioni, anche in questo caso l’Oms consiglia di effettuarla solamente nei casi di necessità. Secondo le stime dell’organizzazione, questo corrisponderebbe al 10-15% dei casi, ben lontano dal 32,3% registrato in Italia e dal 27% del Piemonte. Nel caso regionale, ci sono forti oscillazioni a seconda del tipo di clinica, poiché la pratica è molto più frequente nei centri privati.

Non a caso, nel 2013 il Ministero della Salute denunciava che il 43% dei primi parti cesarei fosse “ingiustificato”. In particolare, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali aveva notato come “la ‘posizione anomala del feto’, caso fortemente associato al cesareo, risultasse il 50% tra tutti i primi parti cesarei, contro una frequenza media nazionale dell’8%”.

“Da un punto di vista di tutela dei sanitari, un cesareo in più non viene condannato. Si teme per la salute della mamma e del bambino e, piuttosto che rischiare le possibili conseguenze del parto naturale, si preferisce intervenire – spiega Baratto – anche se non mi è chiaro in molti casi quali sarebbero queste ipotetiche conseguenze. La gravidanza è un evento naturale, non una patologia”.

Il travaglio indotto

Un’ultima procedura da considerare, perché strettamente legata alle prime due, è l’induzione del travaglio. Questa viene effettuata stimolando in maniera farmacologica le contrazioni in donne che non sono in travaglio, per portarle a raggiungere un parto spontaneo. Non si tratta di una pratica dannosa di per sé – anche se rende il processo più lungo e doloroso – ma non è esente da rischi: aumenta la probabilità di emorragie post partum e il neonato potrebbe dare segni di sofferenza fetale. 

L’Iss stima che l’induzione del travaglio si renda necessaria nel 10% dei casi. Tuttavia in Italia è molto più diffusa: nel 2018 è stata eseguita nel 25% dei parti. Il Piemonte, in particolare, è la seconda regione in Italia per percentuale di parti indotti: si verificano in più di un caso su tre, il 34,8%.

Anche qui per Baratto c’è un problema di eccessiva medicalizzazione: “Un elemento da tenere in considerazione è l’aumento dell’età materna. Le donne che partoriscono in età più avanzata sono più soggette a osservazione e a interventi di cui non è detto che abbiano bisogno”. Inoltre la Regione offre a tutte le partorienti due ecografie – una durante il primo trimestre e una durante il secondo. Questo servizio però può condizionare le alte percentuali di travagli indotti: “A volte l’ecografia può far pensare alla nascita di un bambino particolarmente grande, che influenza la decisione sull’induzione. Tuttavia, l’ecografia non può fornire una previsione precisa sul peso del nascituro. Poi, come ostetrica mi sento di dire, pur valutando caso per caso, che se una mamma fa un bambino più grande significa molto probabilmente che è anche in grado di partorirlo”.

Recuperare la centralità della madre

I rischi dell’eccessiva medicalizzazione non sono solo fisiologici. Alessandra Battisti, rifacendosi alle storie raccolte dall’Ovo, spiega: “Alcune donne, soprattutto quelle che partoriscono totalmente anestetizzate, ci raccontano di faticare a riconoscere il figlio come loro nell’immediatezza. Questo causa disagio e senso di colpa. Le madri hanno bisogno di riappropriarsi del loro corpo e del loro ruolo nell’evento nascita. Il travaglio è un processo in cui la donna e il bambino cooperano fra di loro, se viene alterato o eliminato le donne ne risentono. Molte denunciano di aver perso un’esperienza fondamentale”.

“Le donne sono sempre più consapevoli – conclude Maria Cristina Baratto – e sentono sempre più l’esigenza di esprimere i loro desideri rispetto a tutto il percorso nascita. Hanno bisogno però di essere accompagnate e aiutate a prendere consapevolezza del proprio corpo, cosicché possano valorizzarlo e riconoscerne la forza e la sacralità. Noi come professionisti invece ci dobbiamo chiedere, prima di fare qualcosa a un bambino, se è davvero necessario e, qualora lo fosse, valutare come affrontarlo insieme alla mamma”.