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“Contro la violenza, ascoltate sempre le donne”. La storia di Sted

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“Quando tu ti confidi con qualcuno, con i tuoi amici, è perché ti serve un appiglio. Ti vergogni, ti senti debole, una sfigata totale. Ai miei amici d’infanzia non è fregato niente di restare con me. Dopo che l’ho lasciato hanno continuato a invitarlo ai compleanni, alle serate, mi hanno fatta sentire in pericolo. Col senno del poi è stato più violento quello che mi hanno fatto loro”.

Stefania Lancia, in arte Sted, ha 28 anni, è nata e vive a Mergo, mille abitanti in provincia di Ancona. Le piace scrivere e disegnare. Quando ha capito che poteva fare entrambi allo stesso tempo, ha deciso di raccontare la sua storia di violenza in una graphic novel: “Questo non è amore. L’amore non uccide“.

“Ho dovuto dargli questo titolo lunghissimo perché ho scoperto che ‘Questo non è amore’ è una campagna antiviolenza della polizia. Mi veniva da ridere. Quando ho provato a denunciare, a 19 anni, mi sono sentita dire che bastava lasciarlo e passava tutto, che loro senza figli e matrimonio non potevano fare nulla. Mi hanno fatta sentire ancora più sola. Per questa storia del titolo, stavo per non pubblicare la mia storia, mi sembrava un segno del destino. Poi ho deciso di andare avanti lo stesso, anche per ribaltare questa retorica del ‘donne, denunciate che si risolve’. Moltissime volte non è vero e comunque ho più diritto io di loro a usare questo nome”.

Stefania Lancia, in arte Sted

Nel tuo libro parli dei tuoi amici dell’epoca, che non ti hanno supportata.

“Quando gli ho raccontato quello che succedeva hanno deciso che non era una cosa così grave, che stavo esagerando, che lui non era il tipo e sono rimasti suoi amici. Ho provato a mantenere i rapporti per non restare sola, finché non sono esplosa perché sentivo di meritare di meglio e per fortuna l’ho trovato. Ci ho messo anni a superarlo, tutt’ora quando li incontro per strada provo una rabbia incontenibile”.

Non ti hanno creduta.

“Ovviamente lui davanti a tutti è una persona squisita, non diresti mai che è violento. Nessuna si metterebbe con uno che la picchia dal primo giorno, la violenza si sviluppa man mano per tutta la relazione. Noti un cambiamento e pensi che sia colpa tua, non hai più autostima. Non avere supporto da parte degli amici ti vittimizza una seconda volta, è un’altra violenza ancora peggiore”.

Peggiore di quella del tuo ex?

“Lui almeno l’ha ammesso che mi picchiava. Loro invece si sono messi a fare gli investigatori, a cercare di capire quanto di quello che dicevo era vero, quanto mentivo. Quando una persona dice che è stata vittima di violenza bisogna crederle, non per mandare in galera un ipotetico innocente, ma per farla sentire al sicuro. Non sei un giudice”.

Sanno dell’esistenza del tuo libro?

“Sì, sicuramente lo sanno. Non credo lo abbiano letto, cercano di farsi scivolare addosso la cosa. Hanno ribaltato la situazione al punto che adesso sono loro che mi evitano. Non penso che gli abbia smosso la coscienza in qualche modo. Non fa niente, io continuo perché se non altro devono prendersi la responsabilità di come si sono comportati nei miei confronti, almeno quella”.

Quando è nata l’idea di pubblicare la tua storia in un fumetto?

“Questo libro ha avuto più nascite. La prima cinque o sei anni fa: doveva essere un romanzo. Poi però quando arrivava il momento in cui dovevo parlare della violenza mi bloccavo totalmente, la pagina restava bianca. Avevo attacchi di panico alla sola idea e non riuscivo ad andare avanti quindi ho abbandonato l’idea. Quando disegnavo invece la violenza usciva sempre fuori in qualche modo, ho pensato di riempire i fogli bianchi con i disegni e fare un fumetto. La prima autoproduzione è stata uno ‘sbratto’, un vomito, scritta in una notte a dicembre del 2018. Era grezza, pasticciata, ma ho deciso di stamparla perché mi piaceva l’idea di avere una cosa mia cartacea, pure se derivata da uno ‘sbratto’. Quando hanno iniziato a chiamarmi per raccontarlo in giro per l’Italia non ci potevo credere. Poi però con la pandemia è saltato tutto, fiere, presentazioni”.

Tavola tratta da “Questo non è amore. L’amore non uccide”

Cosa hai fatto a quel punto?

“Sono andata avanti. Pubblicando vignette sui social mi rendevo conto che la mia storia poteva servire anche a qualcun altro. Ho ridisegnato il libro, ho migliorato il tratto. Poi ho cambiato il finale: prima era molto incentrato su di me, però ho capito che se avesse avuto più ampio respiro avrebbe potuto aiutare qualcun’altra. Avrebbe potuto essere il libro che avrei voluto leggere io a 19 anni e che non ho mai trovato”.

Premesso che non sarebbe compito delle vittime trovare una soluzione, secondo te che altro si dovrebbe fare per aiutare le donne che subiscono violenza?

“Bisogna investire soprattutto nella prevenzione, a partire dalle scuole. Chiamala come vuoi, educazione sessuale, sentimentale, emotiva, la cosa importante è che si esplori la sfera del rapporto con gli altri. Quando si parla di violenza maschile sulle donne, moltissimi si soffermano solo sulla parola ‘maschile’, si affannano a dire che non tutti gli uomini sono violenti. Non capiscono che è una faccenda sistemica che li riguarda, a partire da come vengono cresciuti ed educati i maschi. Se non fanno i conti con questa cosa non aiutano a risolvere il problema, anzi ne diventano parte. Possono anche non picchiarmi loro in prima persona, ma io non posso battergli le mani perché non mi picchiano”.

Ti hanno mai attaccata per le tue posizioni?

“Sì, tantissime volte. Sono stata presa di mira da pagine e gruppi segreti, mi hanno segnalato il profilo in massa e stavo per perdere gli account. La prima volta mi hanno colto totalmente impreparata. Col tempo ho imparato a capire quali erano i tasti dolenti e ora cerco di fare vignette molto più tranquille, almeno sui social devo giocare in difesa. Per un periodo avevo smesso di disegnare, vivevo con troppa ansia il dovermi censurare. Mi sono arrivati insulti, minacce. Uno una volta mi ha scritto ‘non sono violento, ma a te ti brucerei'”.

L’autrice a una presentazione del libro

Da dove arriva questa rabbia?

“Si lamentano di una presunta dittatura del politicamente corretto, dicono che non si può più dire niente. Però alla fine a essere silenziate sono sempre le minoranze. Poi la cosa triste è che sono soprattutto ragazzi giovanissimi a seguire questi guru antifemministi. Si credono dei perseguitati. Anche per questo è importante partire dalle scuole. Bisogna prevenire, cercare di evitare il più possibile che la violenza avvenga. Una volta che è successo si può provare a mettere una pezza, ma una parte di te se ne va per sempre”.

Senti che ti manca un pezzo?

“Sì, non sono più la stessa persona di quando avevo 19 anni. Prima ero ingenua, non mi interrogavo su niente. Non sapevo proprio cosa fosse la violenza di genere, pensavo fossi l’unica a cui succedevano queste cose. Personalmente mi piace molto di più la versione di adesso. Ma non è che devo ringraziarlo. Ci sarei arrivata comunque”.