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Colonialismo e colonialità: “perseguire la giustizia ma senza accanimenti”

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“Qualunque colonizzazione ha fallito, nessuna è mai riuscita a sovvertire un aspetto fondamentale dell’identità umana, il cuore. Quando non si riesce a convincere, a sollecitare l’adesione, come strumento rimane solo la violenza, che però permette di dominare solo per un tempo breve, in virtù della forza o della superiorità tecnica, perché crea una fabbrica di collera e desiderio di ribellarsi”. Esordisce così lo studioso, autore, e giornalista senegalese (ma residente in Francia) Elgas, in dialogo con la storica Luisa Passerini.

El Hadj Souleymane Gassama, con la firma Elgas, ha pubblicato saggi (I buoni risentimenti, l’unico tradotto in italiano, e Un dieu et des moeurs, carnets d’un voyage au Senegal), e un romanzo che arriverà nel nostro paese in estate, Maschio nero.

Si occupa di colonialismo e dei suoi effetti di lunga durata, e in particolare studia il concetto di colonialità, “l’insieme delle dominazioni e dei sistemi che rimangono nonostante la colonizzazione sia stata smantellata”.

Un esempio è la Françafrique, l’insieme di relazioni tra il paese e le sue ex colonie: “l’idea è stata andare via per poi tornare con condizioni migliori, non è un caso se tutti i dirigenti africani promettenti, che avrebbero potuto rappresentare una forza di innovazione per il continente, sono morti in modo tragico, per non parlare poi dei presidenti insediati dalla Francia. E ancora, per la logica della colonialità in Africa rimangono basi militari e soldati francesi pronti a intervenire in caso di conflitto, ogni situazione deve essere risolta da un salvatore francese. La Francia inoltre interviene sull’economia, è un partner privilegiato, si continua la logica di estrazione di risorse che è stata alla base della colonizzazione”.

“La prima eredità dei conflitti coloniali è il disagio coloniale – spiega – che per molte persone significa dividersi tra un paese della ragione e un paese del cuore. Il primo è quello dove si decide di vivere per via delle prospettive che offre, ma spesso non coincide con il secondo, che è quello d’origine. Eppure si accetta di abbandonare la propria terra, imponendosi una violenza terribile, uno smembramento doloroso, per raggiungerne una che ha schiacciato la nostra indipendenza e la nostra identità.”

“Non sono, però – conclude – in una posizione di risentimento. Credo in una forma di giustizia storica, nel dire ai colonizzatori quali siano state le loro colpe, ma senza accanimento. Bisogna perseguire la giustizia, sì, ma non vivere nell’ossessione del regolamento dei conti o della vendetta, e allo stesso tempo non scaricare tutte le responsabilità sulla Francia, ma ricordare anche quelle dei governi africani che hanno deluso le aspettative”.

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