“Tempo curvo a Krems”: cinque variazioni sul presente

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Tempo curvo a Krems” è un intreccio di meditazioni,  “dei baroli chinati da assaporare goccia dopo goccia” suggerisce Ernesto Ferrari, arrivato in Sala Oro per conversare con l’autore Claudio Magris. Nel racconto, presentato al Salone del Libro, non compaiono un prima e un dopo: anzi, tutto si risolve nell’intrecciarsi di fili e connessioni spazio/temporali. E lo sanno bene gli anziani, che devono fare i conti con quel passato che torna a riproporsi constantemente nel loro presente. D’altra parte, cos’è la vecchiaia se non “un avanzare per indietreggiare?” come dice lo scrittore triestino (adottato da Torino al tempo dei suoi studi universitari). 

C’è qualcosa che è altro rispetto alla necessaria successione di un prima e un dopo. “Io penso – continua Magris – che il passato continui sempre a vivere in noi, nel presente. Credo molto in questo presente. Invecchiare è una delle cose più brutte perché si perdono per strada molte persone. Ma sono convinto che quelle stesse persone rimangono continuamente presenti in noi, per questo parlo di loro sempre al tempo presente. E questo racconto cerca di descrivere il fuggire e il rientrare del tempo”. Ma la domanda di Ferrari non si fa attendere: “non pensi che sia cambiata la nostra percezione del presente?”. “Difficile dirlo – risponde Magris -. Ci sono tante dimensioni nel tempo.  Noi, della nostra età, pensiamo che si sia molto ridotto, rattrappito”.

“Io non so – continua Magris – se si avanza davvero nel tempo. Certamente, però, si avanza negli anni, verso l’uscita di scena. Indietreggiando da tutto ciò che, fino a quel momento, non si era capito. Si indietreggia, paradossalmente, anche per trovare una maggiore libertà di dimostrare qualcosa. Ne è prova l’anziano che ha quella licenza selveggia in virtù della quale può prendersi libertà selvaggie”. Ed è proprio un anziano, che dalla Moravia si sposta verso Trieste passando da una segheria ad una vita di successo imprenditoriale, il protagonista del primo racconto. Questo, come quelli degli altri quattro capitoli del libro, è un personaggio realmente esistito e che continua ad esistere. D’altronde cosa è la maledizione della letteratura se non il suo rapportarsi costantemente con la realtà, anche quando la cambia?  

Queste vite, che Magris ha ritratto tra le pagine, lo dimostrano: dal maestro di musica che dopo tanti anni rivede il proprio allievo in un incontro di ambigua ed elusiva crudeltà, al viaggiatore che in una Krems innevata scopre il non tempo della vita e dell’amore in cui tutto è simultaneo, al vecchio scrittore ospite d’onore di un premio che misura la propria estraneità al mondo e ai riti della letteratura, fino al signore che osserva le riprese di un film dedicato a una vicenda della sua giovinezza stentando a riconoscersi in quella rappresentazione. 

E poi c’è il mare, che continua ad essere sfondo e contemporaneamente soggetto eterno dei dipinti letterari di Magris. “Per me – ricorda lo scrittore triestino – il mare è vita ed eros. Musil ne “L’uomo senza qualità” diceva che era però anche “la grande prova”. In effetti, sarebbe per me difficile scrivere davanti al mare: sarebbe come farlo mentre ci si scambiano effusioni”. E questo mare, però, muta continuamente: da distesa d’acciaio, a prato liquido e freddo fino a diventare luogo in cui lo spazio e il tempo si fondono.

Infine l’amore, sentimento che trova più volte spazio nel libro. “Amore, – ricorda Magris –  sinonimo di essere, verbo difettivo che conosce solo l’infinito presente”. Così Magris vuole raccontare l’incanto sovratemporale che è poi quello della poesia. Quel tempo, che canta l’amore, che non avversa mai il tempo della storia.

“Tempo curvo a Krems” è così un intreccio di cinque racconti con cinque protagonisti che si ritrovano a fare i conti con un tempo senza inizio né fine, come immersi nella corrente di un fiume che conduce contemporaneamente alla foce e alla sorgente. Ironicamente crudeli, malinconicamente sobrie, sono cinque esistenze ben consapevoli che anche “le pagine invecchiano come le cose vive: fanno orecchie d’asino, si sgualciscono, avvizziscono. Come la mia pelle”.

RICCARDO LIGUORI