C’era una volta il rifugio diffuso?

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Un progetto che riconosce dignità all’accoglienza in famiglia, ma che rischia di non avere un futuro: “rifugio diffuso” nasce a Torino nel 2008, da un’iniziativa dell’ufficio stranieri. Il capoluogo piemontese diventa così la prima città in Italia a sperimentare l’accoglienza in famiglia per rifugiati e richiedenti asilo, offrendo ai beneficiari vitto, alloggio e percorsi di accompagnamento. L’obiettivo è l’integrazione e il percorso dovrebbe portare le persone all’autonomia lavorativa e abitatativa.

Nel 2014 il progetto viene portato all’interno del sistema ordinario di accoglienza. In questa occasione il Servizio centrale, organo di governo del Sistema di accoglienza e integrazione (Sai) riconosce il “rifugio diffuso” come possibile ulteriore modello di accoglienza integrata. Negli anni successivi le programmazioni del Sai confermano il progetto, che è tuttora rivolto ai richiedenti asilo vulnerabili, titolari di protezione internazionale e di altri permessi di soggiorno equivalenti. Tra il 2014 e il 2025 vengono accolte 215 persone: 201 in carico all’Ufficio pastorale migranti e 14 al Cisv di Torino. Secondo i dati più recenti, l’80 per cento delle situazioni seguite hanno visto il raggiungimento degli obiettivi di autonomia e di inseriento all’origine del progetto.

C’è un però. Le ultime disposizioni ministeriali – contenute nel manuale di rendicontazione Sai dell’aprile 2025 – limitano la piena integrazione del progetto “rifugio diffuso” nei percorsi di accoglienza. L’attività è stata relegata ad “azione finalizzata alla conclusione dei progetti e quindi di fatto residua” alle attività Sai di accoglienza in struttura, spiega il consigliere Pierino Crema. Inoltre, si dispone la rendicontazione del contributo che le famiglie ricevono, con effetto retroattivo. Le persone che stanno ospitando beneficiari – al momento 26 ospiti inseriti in 21 nuclei famigliari – dovranno decidere se continuare ad aderire a un’attività che verrebbe drasticamente modificata. Torino assiste più di 700 persone all’interno del sistema Sai ed è la terza città italiana per numero di stranieri accolti. “Rischiamo di perdere un esempio virtuoso – continua Crema -, che potrebbe diventare una pratica anche in altre città”.

L’assessore Jacopo Rosatelli ha scritto il 17 settembre al capo del dipartimento per le libertà civili e per l’immigrazione del ministero dell’Interno, alla responsabile del servizio centrale Sai e al dipartimento politiche per l’integrazione e l’accoglienza di Anci nazionale per chiedere di mantenere in vita l’esperienza torinese del rifugio diffuso. Non ha ancora avuto un riscontro. Per questo i capigruppo della maggioranza si sono uniti e il 23 febbraio hanno presentato una mozione in Consiglio comunale, approvata da tutti i presenti. Chiedono il coinvolgimento della regione Piemonte e degli Assessorati competenti e impegnano il sindaco e la Giunta a sollecitare l’Anci e il ministero dell’Interno, per dare continuità a un vero e proprio modello di integrazione.

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