La testata del Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino

Capaci, Purgatori risponde all’avvocato Giordano: “Da parte sua un linguaggio minaccioso”. E mercoledì una nuova puntata con altre rivelazioni.

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L’emergenza sanitaria e le restrizioni da Covid-19 hanno stravolto la vita di ogni cittadino ormai da alcuni mesi. Lavoro, famiglia, routine, ma anche celebrazioni, appuntamenti, anniversari. Tutto ora viene svolto secondo le rigide regole imposte dal virus. E così, per la prima volta in 28 anni, la strage di Capaci non ha ricevuto le commemorazioni che ogni anno accompagnano il ricordo di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Nessuna marcia, nessuna fiaccolata. A tenere vivo il ricordo di quella tragica giornata sono state le lenzuola bianche esposte sui tanti balconi di tutta Italia. Il messaggio del Capo dello Stato Sergio Mattarella e quello del presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno fatto il resto, rinnovando l’impegno delle istituzioni nella lotta alla criminalità organizzata.

Ma ancora oggi sono molti i punti di domanda relativi a quel drammatico pomeriggio e, più in generale, alle dinamiche e alle responsabilità di quella funesta stagione di stragi. Come ormai ogni anno, il giornalista Andrea Purgatori cerca di fare chiarezza con la sua trasmissione televisiva Atlantide, in onda su La7. L’ultima puntata di mercoledì 20 maggio ha visto la partecipazione della vedova Tina Montinaro e del giornalista Saverio Lodato, oltre che del magistrato Alfredo Morvillo, fratello di Francesca Morvillo, di cui è stata trasmessa una lunga intervista. Ma sono state soprattutto le parole di Lodato a fare scalpore: parlando di una confidenza fattagli da Falcone pochi giorni dopo l’attentato fallito nei suoi confronti a l’Addaria nel giugno del 1989, Lodato ha rivelato alcuni dettagli inediti sulle “menti raffinatissime” affiancate a Cosa Nostra, tirando in ballo l’ex ufficiale di polizia e dirigente del Sisde Bruno Contrada. Fatto che ha scatenato l’ira del suo legale Stefano Giordano, intervenuto tramite una telefonata in diretta.

Andrea Purgatori, l’avvocato Giordano accusa la tua trasmissione di aver concordato con Saverio Lodato le dichiarazioni da rendere durante la puntata. Cosa risponde?

Io e la mia redazione siamo professionisti abituati a lavorare in un certo modo ormai da parecchi anni. All’interno di Atlantide tutti i soggetti citati o tirati in causa hanno pieno diritto di partecipare, rilasciare interviste o dichiarazioni. L’avvocato Giordano ha deciso di intervenire in diretta utilizzando un linguaggio minaccioso nei miei confronti, intimandomi di scusarmi con Bruno Contrada. Lo stile e i toni da lui utilizzati denotano la figura che ha fatto senza bisogno che io aggiunga altro. Non saranno di certo le parole di un avvocato che mi telefona a cambiare il mio modo di lavorare. E infatti mercoledì torniamo con una nuova puntata sull’argomento, con nuove rivelazioni.

A 28 anni dalla strage, come percepisce il clima all’interno del Paese nei confronti di quella giornata e di quella stagione?

Mi sembra che non solo la Sicilia e i siciliani, ma tutt’Italia oggi abbia un rispetto e una consapevolezza diversi rispetto al passato. Al ricordo e alla doverosa commemorazione che accompagnano ogni anno l’anniversario, si aggiungono una maturità e una voglia di riscatto delle nuove generazioni che fanno ben sperare. Su questa dolorosa pagina della nostra storia la giustizia non è ancora riuscita a fare chiarezza completa. Sono ancora molte le zone d’ombra che affliggono lo Stato, le istituzioni, tutti i cittadini ma che soprattutto non rendono pieno onore alle vittime e alle loro famiglie. Per questo è dovere di tutti quello di andare avanti ad indagare.

Mercoledì scorso Saverio Lodato ha aggiunto alcuni tasselli nella ricostruzione delle responsabilità di quella stagione. Ma la ferita è ancora aperta, a cominciare dalla latitanza di Matteo Messina Denaro. Pensa si potrà mai arrivare alla parola fine?

Per ora no, e infatti il titolo della puntata era “Capaci, fine storia mai”. Sono vicende estremamente complicate. Alle responsabilità personali dei mafiosi e i capi di Cosa Nostra si aggiungono quelle di apparati interni ed esterni allo Stato. Ci sono stati indagini, processi, sentenze, ricorsi. Molte vicende sono state accertate e molti profili identificati, ma penso che moltissimo sia ancora da scrivere. Uno degli sbagli che a mio parere si compie troppo spesso è quello di considerare questi avvenimenti come fatti a sè stanti, non collegati. Il 23 maggio si ricorda Capaci, il 29 luglio via D’Amelio, e così tutte le altre. Ma, finita la giornata, finisce anche il ricordo, mentre invece è necessario tenere sempre presente il filo conduttore che unisce tutti questi punti. Il nostro dovere – come giornalisti, come stampa e come pubblica opinione – è quello di non fermarci, di non accontentarci di parlare delle azioni di Brusca o di Riina, cose risapute ed assodate. Dobbiamo andare oltre la strage.

Anche lo scorso anno la sua puntata per il 23 maggio fu molto discussa per l’intervista a Nino Di Matteo. Lodato ha detto che “le sue vicende possono essere paragonate in tutto e per tutto a quelle di Falcone”. Cosa ne pensa? Rifarebbe quell’intervista?

Nino Di Matteo è l’uomo più scortato d’Italia. La sua è una presenza illuminante per la lotta alla criminalità organizzata. Ma, al contempo, il suo carisma e il lavoro che svolge lo rendono ingombrante per una parte delle istituzioni e della magistratura. L’intervista dello scorso anno ebbe delle ripercussioni (il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho escluse Di Matteo dalle indagini sulle responsabilità esterne alle stragi, ndr), penso sia a questo che si riferisca Lodato. All’ “isolamento nella magistratura” denunciato allora da Giovanni Falcone e che ritroviamo oggi per Di Matteo. Io continuo a ripetere che le corti di giustizia non emettono sentenze per simpatia o antipatia, per fare un favore a Purgatori, ad Atlantide o a qualsiasi altro. La magistratura accerta dei fatti che, nel caso delle responsabilità esterne alle stragi, sono provati e incontrovertibili. Per questo la fiducia nel potere giudiziario non deve mai mancare. Poi, anche lì, solo alcuni magistrati hanno il coraggio di affrontare la realtà e di sopportarne l’onere.

Grazie alla vostra perseveranza nell’affrontare questi temi anche molto spinosi, Atlantide riscuote sempre più successo, soprattutto tra i giovani. Che cosa si sente di dire alle nuove generazioni che hanno voglia di confrontarsi con queste pagine della nostra storia?

Io ho la fortuna di parlare di argomenti e vicende che ho vissuto in prima persona da cronista e che quindi conosco molto bene. Con il nostro lavoro vogliamo aiutare a colmare un vuoto informativo. Conoscere il nostro passato per capire il presente. Questo è un compito di cui dovrebbe farsi carico il servizio pubblico. Ma oggi, soprattutto in televisione, a comandare è lo share. C’è la paura di toccare tasti scomodi e affrontare pagine della nostra storia con cui non abbiamo ancora fatto completamente i conti. Così si preferisce evitare. E il giornalismo si ritrova a non voler approfondire, rimanendo approssimativo. L’obbiettivo è fermare questo trend per riscoprire il valore di un mestiere che nasce per fare luce sugli avvenimenti, non per girarsi dall’altra parte.

FEDERICO CASANOVA