Cambiamento climatico e territori: rimettere le comunità al centro

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“Non si parla del clima che cambierà tra 50 anni, ma di quello che sta cambiando già oggi”. È un punto di partenza imprescindibile per Elisabetta Tola, giornalista e comunicatrice scientifica. Parlare di clima non vuol dire solo guardare agli aspetti negativi, ma chiedersi cosa si sta muovendo nei territori. “Io abito in Emilia-Romagna: ormai la mia regione vive una dinamica di alluvioni ravvicinate – racconta Tola -. Vedere una ricostruzione pensata per far tornare tutto come prima fa molto male, il territorio così com’è non può resistere”.

Per chi vive questi territori feriti dal cambiamento climatico resistere diventa lotta identitaria: “Diventa un diritto a esistere. Persone e comunità devono poter opporsi in maniera non violenta alle ingiustizie”, sottolinea Sara Segantin, giornalista e attivista, tra le fondatrici del movimento Fridays for Future in Italia. “Resistere rischia di diventare un privilegio e una pratica quasi impossibile se non si conosce un’alternativa”, spiega. Qui entra in gioco il ruolo dell’informazione che sul tema dei cambiamenti climatici e della transizione ecologica lavora su una frontiera complessa. Lo racconta “Un brutto clima”, l’inchiesta della testata Irpimedia. In Italia, da inizio 2011 a febbraio 2025, ci sono stati almeno 114 casi di minacce, sia fisiche sia online, a giornalisti e giornaliste che si sono occupati di temi ambientali. Così si spengono i riflettori su storie e volti che raccontano il crisi climatica nella sua trasversalità e nelle sue possibili vie di uscita.

Transizione ecologica vuol dire “salute e sicurezza”, sottolinea Emanuele Bompan, direttore di Materia Rinnovabile. Anche se in silenzio, il sentiero imboccato verso le energie rinnovabili e una quotidianità più sostenibile non è stato cancellato: “Anche negli Stati Uniti, nonostante la presidenza di Donald Trump, si continuano a vendere auto elettriche e a installare impianti eolici – racconta Bompan -. Non si ascolta più la scienza climatica, ma l’economia continua a non arrendersi a questa ondata negazionista”.

La soluzione per proseguire questa strada potrebbe stare nei territori e nelle comunità che resistono. “A livello locale è importante portare la cittadinanza a vedere dove stiamo davvero andando – aggiunge Tola -. Ancora non vediamo i risultati che rendono interessante la transizione, ma ci è chiesto molto sacrificio”. A volte anche le soluzioni a costo zero si contestano: “Bologna città 30 è una risposta poco costosa che ha ridotto le emissioni dei trasporti privati, rendendo strade più sicure per tutti”, sottolinea Bompan. Nelle contestazioni sulla regolamentazione del traffico a Bologna c’è tutta la difficoltà del fare i conti con i cambiamenti di abitudini che la crisi climatica impone. Non domani, ma già oggi. Per Segantin la risposta non passa per le istituzioni o le politiche aziendali: “Bisogna rimettere al centro il protagonismo delle città riconoscendo il rapporto profondo delle persone con il loro territorio”.

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