Beirut sotto le bombe, il racconto del torinese Luigi Cavallito

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Nelle prime ore di ieri, lunedì 2 marzo, le periferie di Beirut e le aree del sud del Libano sono state colpite dai raid israeliani, seguiti al lancio, da parte di Hezbollah, di missili e droni verso Israele. Il conflitto in Medio Oriente si allarga e Beirut torna nell’occhio del ciclone. Qual è la situazione nella capitale libanese, bombardata anche questa mattina dall’Idf? Lo abbiamo chiesto a Luigi Cavallito, musicista torinese impegnato nella cooperazione, che da anni vive in Libano.

“In città – racconta – dire che si sta bene sarebbe un eufemismo. Ovviamente bisogna guardare la situazione con gli occhi dei libanesi, che ormai sono in qualche modo non in grado di pensare che la situazione migliori nel breve termine, perché adesso sono anni che diverse crisi si stanno in qualche modo amplificando l’una sull’altra, e quest’ultima è una ciliegina sulla torta che nessuno voleva. I libanesi, non solo a Beirut, speravano che fosse finita almeno questa fase militare alla fine dell’anno scorso (2024 ndr) quando c’è stato un cessate il fuoco che, per quanto non sia stato completamente rispettato, ha permesso a buona parte del popolo libanese di ripartire. Adesso, quindi, è un po’ come tornare in un incubo e dire “perché sta riiniziando tutto così?”.

Poi c’è una parte della popolazione che è più colpita di altre. C’è metà della città che sta dormendo in macchina da due notti, spostandosi dalle proprie case, alcune sono state distrutte. Purtroppo una mia collega che si trovava in una zona colpita è mancata la sera scorsa, sono tutte cose inaspettate e inaccettabili dal punto di vista umano, questo è più o meno quello che si respira”.

Cavallito prosegue: “Devo dire un’altra cosa, che sembra strana da sentire ma fa parte un po’ di come i libanesi approcciano l’esistenza. Cercano un po’ di sdrammatizzare tutto il tempo e in qualche modo di alzarsi al mattino e dire ‘se sono ancora vivo comunque cerco di stare bene’, nonostante tutto quello che succede. Da torinese che vive qua dal 2017 nel corso degli anni ho compreso cosa vuol dire pensare: ‘Sono ancora vivo, c’è il sole, non necessariamente devo farmi distruggere la giornata o l’umore da qualcun altro’. Riuscire a farlo tutti i giorni, però, non è poi così facile”.

Che cosa vi aspettate per i prossimi giorni?

“Quello che qui stanno cercando di capire, e sperano, è che il conflitto non si estenda in qualcosa d’altro, perché quello è il rischio. Certo, anche un singolo bombardamento non è giusto e non va bene, le persone sicuramente non sono felici ma in qualche modo stanno cercando di gestirlo. Sarebbe un altro conto però se questa diventasse una situazione che si protrae per mesi e peggiora. Non c’è nessuno che onestamente lo vuole”.

In questi minuti l’Idf ha annunciato che il suo dispiegamento di soldati in Libano non sarà un’invasione su larga scala ma una operazione tattica

“Questa è la grande incognita di questi giorni. Il governo libanese ieri ha fatto un consiglio straordinario per cercare di evitare questo scenario di una guerra aperta con i vicini. Questo sicuramente è tutto da capire. L’accordo di Ta’if, alla fine della guerra civile, che ha permesso ai diversi gruppi di trovare una modalità di convivenza, anche se imperfetta, prevede la clausola di disarmare tutti i diversi gruppi, le milizie. Questa clausola non è mai stata applicata totalmente, anzi un sacco di gruppi hanno accumulato potenziale bellico. Ieri è stato reiterato in maniera ufficiale che lo Stato e l’esercito libanese devono essere gli unici che possono decidere su guerra e pace e soprattutto avere le armi. In questo momento c’è una grande pressione da parte di tutti per implementare queste misure, ma l’esercito libanese non è particolarmente ricco di risorse per farlo. Tutti cercano di evitare una guerra aperta. È interesse di buona parte della popolazione libanese e anche del governo”.

La popolazione sta facendo scorte alimentari? Ci sono carenze?

“Si trova tutto, non credo sia un particolare problema. Anche nel 2024 da un punto di vista alimentare la situazione era abbastanza tranquilla, ci sono un sacco di meccanismi che funzionano anche di organizzazioni umanitarie, che sono bene organizzate perché purtroppo il Libano prima delle proprie crisi ha dovuto affrontare quella dei rifugiati siriani. In Libano ci sono più o meno 6 milioni e mezzo di residenti, un milione e mezzo sono siriani, una piccola parte palestinesi che vivono qui da decenni. Con la guerra in Siria il Libano ha sviluppato delle strutture per la distribuzione di cibo e per gestire anche situazioni di emergenza umanitaria. Non ci si aspettava di doverlo usare anche per la popolazione libanese, ma questo sistema funziona abbastanza bene, ci sono persone competenti.

Il problema è più legato alle abitazioni. Per fortuna andiamo verso la primavera, però le persone non possono non sapere per quanto tempo dovranno rimanere fuori casa, non possono stare in mezzo alla strada per sempre. L’anno scorso le scuole erano usate come shelter (ricoveri ndr) e questo impatta tutta la società. Nel 2024, al picco dell’attacco israeliano, si parlava di un terzo della popolazione sfollata. Il problema è la situazione sociale, che si lega al modello economico del Paese: il Libano cerca sempre di ripartire, ma non può farlo se non ci sono investimenti perché la situazione è di costante emergenza”.

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