Beatrice Merz: “Mostra su Gaza diventi padiglione Palestina alla Biennale”

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“In questi giorni c’è un grosso dibattito intorno ai padiglioni della Biennale di Venezia: Russia, Israele, Usa, tutti padiglioni sotto conflitto. Ma non si è mai parlato di un padiglione palestinese. Io farei un appello per eleggere questa mostra come padiglione palestinese alla Biennale”. La mostra in questione è l’esposizione “Gaza. Il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo”, inaugurata oggi alla Fondazione Merz di Torino. Vi sono esposte opere archeologiche provenienti dalla Striscia e lavori di artisti mediorientali contemporanei, per “risollevare l’attenzione sul genocidio di Gaza e sul patrimonio culturale perduto”, come ha detto la presidente della Fondazione, Beatrice Merz. La stessa che ha lanciato un appello perché l’esposizione, visitabile fino al 27 settembre, venga eletta simbolicamente padiglione della Palestina alla prossima Biennale di Venezia, al via il 9 maggio.

La mostra

La mostra alla Fondazione Merz ospita 76 reperti archeologici provenienti dal MAH – Musée d’art et d’historie di Ginevra, che testimoniano la storia e la cultura di Gaza, dall’età del bronzo al periodo ottomano. Capitelli, statuette, vasi, anfore, lapidi che rappresentano una selezione dei circa 500 pezzi custoditi temporaneamente al MAH: arrivati in Svizzera nel 2006 per un’esposizione, non sono più potuti tornare in patria a causa dei conflitti e sono così rimasti a Ginevra, dove vengono conservati su mandato dello Stato di Palestina.

Nell’esposizione di Torino i reperti gazawi dialogano con le opere di sette artisti contemporanei, cinque palestinesi, un egiziano e un libanese: Samaa Emad, Mirna Bamieh, Khalil Rabah, Vivien Sansour, Wael Shawky, Dima Srouji e Akram Zaatari. Artisti “che col loro lavoro da anni seguono la memoria e la storia della loro terra, fondamentali per raccontare quello che è stato il passato e riportarcelo a oggi”, ha detto la presidente della Fondazione Merz. La mostra poi è integrata da una selezione di fotografie di Gaza concesse dall’archivio dell’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi in Asia Occidentale.

La cultura contro la distruzione

Il progetto coinvolge numerose istituzioni pubbliche e private ed è stato promosso in collaborazione, oltre che con il Mah di Ginevra, con il Museo Egizio di Torino e il sostegno del Cipeg-Comité international pour l’égyptologie (Icom). “Il Museo Egizio è qui per far vedere come il bacino del Mediterraneo orientale sia sempre stato il cuore pulsante di uno scambio costante – ha detto il direttore dell’Egizio, Christian Greco -. Un tema che a me sta molto a cuore è quello della distruzione del patrimonio culturale. Non riflettiamo mai abbastanza su cosa significhi distruggere il patrimonio culturale, che è una prospettiva tremenda: significa distruggere la memoria e quindi il futuro di un Paese”.

Del comitato scientifico della mostra fa parte anche lo storico dell’arte Tomaso Montanari: “C’è un rapporto molto stretto tra la conservazione del patrimonio culturale del passato e la possibilità di avere un futuro – ha detto -. Il governo dello Stato di Israele distrugge deliberatamente il patrimonio culturale del popolo palestinese perché quel popolo non sia libero. Come diceva Carlo Levi, il patrimonio culturale è un tempo che è un luogo: questo tempo e questo luogo vogliono essere la testimonianza forte che la Palestina esiste”.

Le vestigia del passato diventano così testimonianza e presa di posizione rispetto all’attualità: “Il nostro Paese ha una grande tradizione di protezione del patrimonio culturale – ha concluso Montanari -. Lo ha fatto anche per altri Paesi durante guerre e catastrofi naturali: in questo caso [i massacri a Gaza e in Palestina, ndr] – e lo dico a titolo personale – il nostro governo non ha fatto nulla, forse perché non è una catastrofe naturale, forse perché è una catastrofe in cui noi stessi come Stato abbiamo delle forti responsabilità”.

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