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Assange: anche Biden vuole processare il fondatore di Wikileaks

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Il braccio di ferro tra Julian Assange e la giustizia statunitense racconta una storia giudiziaria: quella del confine – labile – tra libertà di stampa e sicurezza nazionale. Una storia che non sembra avere una fine.

Era infatti fissato al 12 febbraio il termine ultimo utile agli Stati Uniti per presentare ricorso rispetto alla sentenza emessa dal tribunale inglese di mancata estradizione dell’attivista australiano. Lo scorso 4 gennaio la Gran Bretagna aveva risposto con un secco “no” alla richiesta avanzata da Oltreoceano: le condizioni mentali del fondatore di WikiLeaks erano tali da rendere “inappropriata” l’operazione. Lo aveva stabilito Vanessa Baraitser, giudice del tribunale penale di Londra. A testimonianza della condizione precaria del giornalista erano emersi numerosi rapporti psichiatrici, nei quali gli erano state diagnosticate la sindrome di Asperger e una grave depressione causata dagli anni di reclusione. La National Union of Journalists britannica, in un comunicato, riportava come Baraitser lasciasse “aperta la possibilità di future azioni legali simili contro un giornalista da parte del governo americano”.  Avevano fatto seguito i rimproveri del direttore europeo di Amnesty International, Nils Muižnieks, delle organizzazioni Index on Censorship, Reporters sans frontières e delle stesse Nazioni Unite.

Il Guardian riporta come, da Washington, l’amministrazione del neopresidente Joe Biden abbia impugnato la decisione inglese, confermando la volontà di processare Assange. E portando avanti la linea dura dell’ex presidente Donald Trump.

La storia di uno dei personaggi più controversi dell’ultimo decennio ha origine nel 2006, con la creazione del noto sito di divulgazione WikiLeaks e la pubblicazione dei primi documenti riservati. Nel 2010 il sito ottiene visibilità a livello internazionale con la pubblicazione dei cosiddetti War Diaries, un agglomerato di 91mila resoconti sulla guerra in Iraq (dal 2004 al 2009) trapelati grazie al soldato Bradley Manning e rilasciati al New York Times, al britannico The Guardian e al tedesco Der Spiegel.

Il 2010 segna anche l’inizio dei guai giudiziari per Assange, con il mandato di cattura internazionale emesso dalle autorità svedesi per una presunta aggressione di carattere sessuale avvenuta ad agosto, mentre il giornalista si trovava in Svezia. Da lì si succederanno una sequela di vicende giuridiche fino alla decisione di chiedere asilo politico all’Ecuador. Il giornalista rimarrà ospite dell’ambasciata ecuadoriana per sette lunghi anni.

Ma WikiLeaks, nel frattempo, non si ferma. Nel 2016 vengono scoperchiate alcune operazioni illegali della National Security Agency statunitense e vengono diffuse migliaia di mail compromettenti del Comitato Nazionale del Partito Democratico, contenenti i segreti della candidata alla Casa Bianca Hillary Clinton: dal tentato sabotaggio ai danni di Bernie Sanders al coinvolgimento nel golpe in Honduras.

Hillary Clinton durante un convegno del Partito Democratico.
(search.creativecommons.org)

L’11 aprile 2019 l’Ecuador revoca la cittadinanza ecuadoriana ad Assange. Quella stessa mattina, gli agenti della polizia londinese fanno irruzione nell’ambasciata e lo prelevano: verrà condannato a 50 settimane di detenzione per violazione dei termini di libertà vigilata concessi nel dicembre 2010.

In una videoconferenza tenuta poco dopo la sentenza britannica del 4 gennaio di quest’anno, il filosofo Noam Chomsky aveva espresso la sua opinione in merito alla vicenda senza usare mezzi termini: “Non poteva esserci un risultato migliore per il governo degli Stati Uniti: da una parte tutte le accuse, per quanto spurie, sono state accettate, quindi la minaccia alla libertà di stampa rimane e in un certo senso è rafforzata. Dall’altra, non devono avere l’imbarazzo di portarlo negli Usa, processarlo e condannarlo per accuse che sono assolutamente scandalose”.