Parlano gli attivisti: “Aska è un simbolo, resti uno spazio sociale”

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Su Aska, gli attivisti provano a spiegare. Ieri, lunedì 9 febbraio, tre di coloro che fa riferimento allo storico centro sociale hanno scelto l’infoshop di cultura antagonista “Senza Pazienza” di via Artisti per dire la loro dopo quanto accaduto durante la manifestazione del 31 gennaio. Ma anche sul futuro della palazzina di corso Regina Margherita e sul decreto sicurezza che li vedrà scendere in piazza a protestare il prossimo 28 marzo. “Askatasuna è un simbolo, e sgombrarlo è stato un attacco a Torino. Cinquantamila persone sono scese in piazza per ribadirlo, e Roma proseguiremo il percorso del 31 gennaio “.

Gli obiettivi di Askatasuna sono diversi. Uno è sicuramente continuare a presidiare il quartiere Vanchiglia: “Faremo il nostro Carnevale, come tutti gli anni, e speriamo che sia il più partecipato di sempre”. C’è anche il desiderio di tornare ad abitare la palazzina in Corso Regina Margherita: associazioni, comitati e molte altre realtà vorrebbero riprendere a svolgere attività al suo interno, proseguire un percorso di progettualità collettiva. E ovviamente vogliono continuare a fungere da “opposizione sociale” al governo Meloni, contro le politiche di riarmo, contro una manovra economica “lacrime e sangue” e contro il decreto sicurezza.

“Non accetteremo che Askatasuna diventi un luogo mercificato – dicono – e l’assemblea del 13 gennaio ha già riunito un numero enorme di realtà che vogliono collaborare affinché continui a essere quello che è sempre stato: un luogo di aggregazione, di cultura, di servizi e socialità alternativa”. Non è importante, hanno aggiunto gli attivisti, che ci sia Askatasuna come gruppo: “Sono il luogo e la sua funzione a contare. Si tratta di un posto grande che apre a tante attività”. Al momento, però, “non ci sono segnali concreti” di riapertura di un dialogo con l’amministrazione di Torino. La sensazione diffusa è che dopo il 31 gennaio questa sia una strada completamente chiusa.

Sulle polemiche seguite alle violenze del 31 gennaio, Ludovica Moro parla di “autodifesa”. “Ci sono – prosegue – maltrattati e maltrattanti. E comunque non si può ridurre il dibattito alla questione della violenza, per noi la violenza è una questione già superata”. Lo sgombero di Askatasuna, hanno aggiunto, “è stato un attacco alla città di Torino”, e il dato principale è che “cinquantamila persone sono scese in piazza per protestare contro la chiusura, contro il riarmo, contro il governo Meloni”. Ridurre tutto “agli infiltrati cattivi che hanno rovinato le buone ragioni della protesta significa semplificare. Vogliamo confrontarci con chi ha questioni più profonde”.

Ancora: “C’è stata una cagnara mediatica nei giorni successivi all’evento. Ed è il gioco del governo Meloni: considerare il conflitto e la rabbia che si sono visti il 31 gennaio come una questione di ordine pubblico è sicuramente miope, ma anche strumentale perché mira a far sì che nessuno osi più alzare la testa. Il decreto Sicurezza va sicuramente in quella direzione”.

Altre mobilitazioni si terranno nei prossimi mesi: sicuramente il 21 e il 22 febbraio, a Livorno, saranno un’occasione per riportare in piazza la questione Askatasuna. “Ma protesteremo anche contro il decreto” dice un’attivista, lanciando la data del 28 marzo a Roma. “Proseguiremo il percorso del 31 gennaio”.

“Il conflitto è motore del cambiamento” dichiarano, commentando direttamente l’ultima manifestazione. “Ma la questione non è la violenza: la polizia nelle piazze fa gli interessi del governo e non dei cittadini. Se non si fosse piazzata a difendere un edificio vuoto non sarebbe successo niente di quello che è successo: l’obiettivo era raggiungere e indicare politicamente la necessità che quello spazio tornasse alla popolazione”. E questo, per ora, è il punto fermo su cui chi parla a nome di Askatasuna non intende mollare.

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