La testata del Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino

Anche in Val di Susa muore l’Europa

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Di fronte alla chiesetta di Claviere, i bambini iniziano a giocare con la neve, nella goffaggine dei loro abiti imbottiti. Ridono, urlano, si rincorrono, talvolta scivolano, sotto gli occhi vigili dei loro genitori. Sembrano famiglie felici, dirette verso le piste innevate del Monginevro per godersi la settimana bianca. D’altronde, un rapido sguardo riesce a captare il ricco turismo di questa parte di alta montagna, con visitatori da ogni dove che parcheggiano i loro Suv a bordo strada. La realtà, però, è ben diversa. I tredici arrivati sono uomini, donne e bambini provenienti dall’Afghanistan, in viaggio da più di sei mesi. Hanno percorso un intero continente via terra e sono in procinto di attraversare l’ennesima frontiera.

Il paesino, a 1700 metri di altitudine, è l’ultima tappa italiana di una delle rotte migratorie più importanti d’Europa: quella che passa dalla Val di Susa. Decine di persone al giorno, da anni, tentano di varcare il confine passando dai boschi innevati, sempre più sorvegliati dalla polizia di frontiera francese. La linea che separa Italia e Francia circonda Claviere su tre lati, e la gendarmerie ha vita facile nell’appostarsi sulle alture circostanti cercando col binocolo a infrarossi le persone che vengono nella loro direzione.

Il viaggio in Val di Susa comincia a Bussoleno

In quest’area del Piemonte, il viaggio verso l’altro versante delle Alpi inizia solitamente da Bussoleno. A metà strada tra Torino e il Monginevro, ospita il polo logistico della Protezione Civile, sede della Croce Rossa. Al mattino, gli ospiti escono dai dormitori per partire. I primi a fare capolino sono i bambini. “Hellooo” dicono, sorridendo, appena ci vedono. “Good morning! You want a picture?”. Sono in età prescolare, ma parlano già inglese, probabilmente imparato nel lungo tragitto dall’Afghanistan verso l’Europa. La ludoteca, spazio per un simulacro di normalità, rimane vuota. I figli appaiono più disinvolti rispetto ai genitori, comprensibilmente concentrati sul futuro. “Quando a Oulx terminano i posti disponibili” ci racconta Samuele Macrì, volontario, riferendosi al rifugio Fraternità Massi “portiamo le persone qua da noi. Gli diamo da mangiare, un posto per dormire e al mattino tornano a Torino o proseguono verso il confine. Quando il meteo non è dei migliori, cerchiamo di convincere le famiglie a stare una notte in più”. L’aumento in questi mesi è stato notevole, e la presa del potere da parte dei talebani in Afghanistan non ha aiutato: “C’è stato un incremento di arrivi nel giro di una settimana, molti singoli ma soprattutto famiglie”. Quali sono i numeri?

Da qualche mese abbiamo tra le 20 e le 40 persone al giorno, in momenti di emergenza si arriva anche a 60. Chi ti chiede un pasto caldo, chi una coperta, chi il bagnoschiuma per farsi la doccia: è davvero una situazione di emergenza”.

La Croce Rossa ha un ruolo importante nel trasferimento dei respinti dal confine al rifugio di Oulx o nei dormitori del polo, ma svolge anche un’importante attività di soccorso in alta montagna: “Ora, in mancanza di neve, la strada è più percorribile. Quando inizierà ad esserci, i soccorsi saranno di tutti i tipi, dalle persone più fragili a quelle comuni che, comunque, nella neve non riescono a muoversi. Quando ti ritrovi a camminare in mezzo alla montagna, alle 2 di notte, con 1,5 metri di neve, diventa difficile per chiunque. Anche il più attrezzato si troverebbe nel panico. Spesso c’è anche chi si perde”.

Il rifugio Fraternità Massi a Oulx

A una ventina di minuti in auto da Bussoleno sorge la cittadina di Oulx. Fino al 23 marzo 2021, l’accoglienza delle persone in transito veniva esercitata di concerto dalla casa cantoniera occupata ChezJesOulx e dal rifugio Fraternità Massi. Dal momento in cui la prima è stata sgomberata, tutto il flusso si concentra sul rifugio, con evidenti problemi di gestione di un fenomeno troppo grande per un attore solo. Lì incontriamo Hainil, afghano di etnia tagika che ha lasciato Kabul tre anni fa, quando aveva 14 anni, assieme a suo padre e suo fratello. Sua madre, partita sei anni fa, li aspetta in Germania.

Ho attraversato Iran, Turchia, Grecia, Albania, Montenegro, Bosnia, Croazia, Slovenia e Italia. In Croazia è stato un problema passare. Sono stato respinto dalla polizia, che mi ha preso il telefono. Sono stato in Bosnia per un anno”.

Si sofferma poi sul suo Paese di origine: “L’Afghanistan, ora, è in un grosso problema. I talebani e l’Isis si sono presi il Paese. L’Afghanistan – conclude – è finito”.

Il rifugio è gestito dall’associazione Talità Kum, fondata da don Luigi Chiampo, parroco di Bussoleno, cui fa capo questo piccolo spazio di solidarietà: “Ad oggi abbiamo circa 80-100 passaggi al giorno. Finora, nell’ospitare le persone, ci siamo sempre alternati con il polo logistico di Bussoleno, ma adesso cecheremo di fare base a Oulx e tenere il polo soltanto per le emergenze. Da dicembre, infatti, avremo un nuovo rifugio, con 70 posti. Sarà strutturato anche con più container, e sorgerà a 100 metri da quello attuale”. Viene naturale chiedersi dove siano, in tutto questo, le istituzioni: “Dalle amministrazioni comunali la collaborazione continua a esserci. Bardonecchia ha deciso di donare al rifugio 400mila euro stanziati per il disagio provocato dai migranti, e il Comune di Oulx ci ha sempre aiutato. Il Ministero poi ha stanziato 240mila euro”. Inizialmente, però, la rete di associazioni del territorio ne aveva chiesti 500mila. “Quando abbiamo presentato il progetto MigrAlp abbiamo compreso tutte le spese, dai lavoratori fissi ai trasporti della Croce Rossa, e arrivavano appunto a 500mila euro. Sicuramente i 240mila sono la metà, per quest’anno, e sono già una buona cosa. Aggiunti a quanto arriverà da Bardonecchia, siamo abbastanza coperti”. Presenza fissa nella struttura sono gli operatori dell’associazione Rainbow For Africa, organizzazione non governativa con base a Torino. Dopo aver costruito una forte presenza nei paesi del Terzo Mondo, in particolare in Africa, nel 2017, dopo l’esperienza sulle isole greche e in mare – i suoi volontari costituivano l’equipaggio della Iuventa, l’unica nave di ong ancora sequestrata a Trapani – Rainbow ha iniziato a lavorare anche al confine italo-francese. “Noi, assieme alla Croce Rossa, ci occupiamo di assistenza medica e soccorso” spiega il presidente, il dottor Paolo Narcisi. “Da marzo al rifugio abbiamo la presenza fissa di un nostro infermiere tutte le notti, e ora abbiamo riaperto anche l’ambulatorio pomeridiano. Presto ci sarà anche il contributo del personale di Medici per i Diritti Umani, con cui a breve firmeremo l’accordo di ripartizione dei compiti, in modo da cercare di utilizzare al meglio le poche risorse che entrambe le organizzazioni hanno”. Anche Narcisi guarda al futuro: “Spostandoci nella nuova sede, in cui raddoppierà la capienza, potremo utilizzare i moduli ora ad uso abitativo come ambulatorio e ospedale, in modo da dividere i sani dai malati”.

I respinti al confine

Come ormai avviene tutti i giorni, al confine c’è bisogno dell’intervento della Croce Rossa. Seguiamo il pullmino che Samuele e gli altri volontari utilizzano in queste circostanze, procedendo verso ovest per 40 minuti. Nell’affrontare i tornanti che portano a Claviere, il sole incontrato nella bassa Valle di Susa fa posto alle nuvole, incastonate tra i valichi e le vette. In paese la temperatura cala fino a -7°C, e la neve scende imbiancando le strade della località sciistica a cavallo tra Italia e Francia. Alla frontiera, la gendarmerie consegna tredici persone provenienti dall’Afghanistan, di cui otto adulti e cinque bambini piccoli, a Samuele, che li aiuta a salire sul mezzo. Le autorità francesi respingono regolarmente le persone che tentano di attraversare il confine, spesso con prassi ritenute illegittime da osservatori indipendenti. In molti casi non consentono ai migranti di presentare domanda di asilo, impediscono ai minori non accompagnati di usufruire della protezione riconosciuta dal diritto internazionale, obbligano le persone a firmare moduli di cui non conoscono il contenuto. In sostanza, violano i diritti umani.

Pochi minuti dopo la partenza per Oulx, i tredici decidono di fermarsi nella piazza della chiesa di Claviere. Vogliono scendere, e ritentare subito l’attraversamento. La straordinaria varietà etnica dell’Afghanistan è visibile anche in questo piccolo campione, in cui persone dall’aspetto mediorientale si mescolano a figure dai tratti prettamente asiatici. La campana suona mezzogiorno, e fa da sfondo alla telefonata di uno di loro. Probabilmente parla con uno smuggler, qualcuno che, in cambio di denaro, ha promesso di aiutarli a varcare la frontiera. Il gruppo si riunisce al riparo dalla neve, uno dei bambini viene coperto da Samuele con un telo termico. Le donne hanno lo sguardo basso, gli uomini sono circospetti ma più disposti al contatto. Parliamo con Zaigham, 38 anni. Viene da una provincia dell’Afghanistan del nord, al confine con il Tagikistan, controllata dai talebani da cinque anni: “L’ho lasciata anni fa, andando a vivere a Kabul, ma la famiglia dei miei genitori vive ancora lì”. Ha percorso anche lui la rotta balcanica, di cui la Val di Susa viene spesso definita l’ultima tappa. Zaigham vuole andare in Scandinavia, dove vivono i suoi cugini. Ha lasciato moglie e figlio di 11 anni nella capitale afghana: “Viaggiare da soli è più facile. Spero che mi raggiungano presto”. Nell’allontanarci, scorgiamo che uno dei bambini ha disegnato qualcosa nella neve. Indica uno di noi: “Questo sei tu”, dice. Il disegno ritrae un volto stilizzato, che sorride.

Le condizioni umane dei profughi rendono la situazione molto complicata, anche in vista del prossimo futuro. “Nel mese di ottobre abbiamo avuto 1600 presenze a Oulx, e novembre sta continuando a mantenere lo stesso trend, se non addirittura in crescita” spiega Piero Gorza, antropologo e referente per il Piemonte di Medici per i Diritti Umani, per cui a luglio ha scritto l’ultimo rapporto sul fenomeno migratorio al nord-ovest. Come detto, l’associazione ha in programma, in collaborazione con Rainbow For Africa, una maggiore presenza sul territorio, che, da quando la rotta via mare verso l’Italia si è pressoché chiusa, ha visto l’incremento di persone provenienti da est: “In termini maggioritari, la provenienza è dalla rotta balcanica, quindi soprattutto afghani, ma anche molte famiglie curdo-iraniane. Sono spesso gruppi plurigenerazionali: ci sono donne incinte, o con neonati, e molte persone fragili”. La pressione non gestita sui due fronti del confine, continua Gorza, porterà al collasso. E poi c’è la polizia: “La frontiera è stata militarizzata, hanno raddoppiato i contingenti di controllo alla frontiera, spesso si verificano situazioni di vera e propria caccia all’uomo. Il risultato è che la gente sceglie cammini più impervi e pericolosi, per cui ogni incidente può essere letale”. Senza la molteplicità di attori solidali, prosegue, la situazione sarebbe impossibile. Ma dov’è lo Stato? “Non è vero che lo Stato non c’è. Lo Stato c’è nel controllare le frontiere. Non c’è nel garantire un’assistenza degna della nostra Costituzione a queste persone”. Affermazione che trova conferma nel recente “trattato del Quirinale” siglato tra Italia e Francia. Un accordo di cooperazione che prevede un rafforzamento della collaborazione tra le polizie di frontiera dei due Paesi, in particolare proprio sul versante in cui ci troviamo.

Oltre il confine

A Briançon, in Francia, l’assenza delle istituzioni statali ha portato la chiusura, per protesta, del rifugio solidale Terrasses Solidaires, trovatosi a dover gestire oltre 200 persone a fronte di una capienza di 80. Ora nella piazza vicino alla chiesa c’è un tendone di Medici Senza Frontiere, che può dare riparo solamente a 50. Nel cortile, un fazzoletto di terra zuppa d’acqua, ghiacciata e coperta di neve, si vede un bambino che gioca nel fango e vaga in lungo e in largo con la bici. Sembra si stia divertendo. Poco più in là troviamo una ventina di uomini che si riscaldano attorno al fuoco di due bidoni di latta. Ci fanno subito sedere in mezzo a loro. Zobeid, 21 anni, è l’unico che sa parlare inglese. “Veniamo tutti dall’Iran. Siamo curdi, il governo è cattivo con noi, abbiamo dovuto venire via”. Sono arrivati tre giorni fa dall’Italia, attraversando i boschi. Hanno alloggiato nel rifugio di Oulx. Hanno attraversato anche loro la rotta che passa dai Balcani.

In Grecia abbiamo avuto problemi con la polizia, abbiamo provato a passare dalla Turchia tre volte. E tre volte anche dalla Bosnia alla Croazia, dove la polizia ci ha preso i telefoni, i soldi, tutto”.

Vogliono andare a Parigi, partiranno domani sera: “Parigi è un bel posto per gli iraniani. Possiamo studiare all’università… Ed è bellissima”.

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