Nell’ambito di Biennale Democrazia, al teatro Gobetti si è discusso del monitoraggio delle acque contaminate da Pfas in Piemonte. Pfas sta per sostanze alchiliche perfluorurate e polifluorurate . Si tratta di sostanze chimiche ampiamente usate in vari ambiti industriali, dal tessile all’alimentare, poiché utili per i processi produttivi. Tuttavia nel corso degli anni, trattandosi di molecole molto piccole, si sono rivelate estremamente persistenti nell’ambiente – in particolare per la loro solubilità e capacità di diffondersi nelle fonti idriche – e dannosi per la salute umana nel lungo periodo. Un panel composto da Secondo Barbero (presidente Arpa Piemonte), Rita Binetti (dirigente laboratori Smat), Stefano Liberti (giornalista e documentarista), Sara Valsecchi (ricercatrice Cnr) e moderato da Elena Ciccarello (direttrice responsabile lavialibera) ha fatto il punto della situazione.
“I monitoraggi sono partiti nei primi anni duemila grazie a una direttiva europea” spiega Barbero. “Negli anni abbiamo sviluppato gli strumenti necessari alla rilevazione, estendendo progressivamente il campo a tutto il Piemonte. Nel 2020 un’altra direttiva europea ha stabilito i valori di riferimento, e attualmente esaminiamo venti sostanze Pfas in duemila campioni all’anno. Esiste un portale che mette a disposizione questi dati”.
In generale, il Piemonte mantiene i livelli di Pfas al di sotto dei limiti indicati dall’Unione Europea. I Toret sono quindi sicuri, ma “Alcune criticità sono state rilevate a valle degli scarichi industriali. In particolare nelle aree industriali del torinese, del novarese e dell’alessandrino. Il caso di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria, è tristemente noto. I dirigenti di Syensqo (ex-Solvay, tuttora in attività) Stefano Bigini e Andrea Diotto, sono sotto processo per le acque contaminate del paese. Nel sangue degli abitanti si sono riscontrati livelli di Pfas ben oltre i limiti considerati sicuri per la salute. Ieri lavialibera ha rivelato di aver trovato acque contaminate da Pfas in otto pozzi di privati cittadini attorno agli stabilimenti.
“Il problema degli Pfas è lo smaltimento” racconta Valsecchi. “Abbiamo iniziato a produrli nel dopoguerra e da allora li abbiamo accumulati, e ormai sono ovunque nell’ambiente. Si trasmettono nella catena alimentare a partire dalle acque e anche di madre in figlio. Non sono sostanze con effetti acuti, ma la continua esposizione ha effetti cronici, causando obesità, cancro, rischi cardiovascolari. diminuzione di fertilità e interferenze endocrine”.
Modalità di contenimento esistono, ma sono “costose e non ecologicamente sostenibili”. Il carbone attivo nei pozzi può agire da filtro, ma dopo poco tempo le molecole Pfas vi passano attraverso. Altri processi, come le membrane a osmosi inversa, richiedono che l’acqua venga dopo remineralizzata. Inoltre non risolvono il problema dei rifiuti. “Le discariche sono impermeabilizzate” dice ancora Valsecchi “ma producono percolato, diffondendo Pfas anche nell’aria”.
Tutto negativo? “L’Italia è avanti nella normativa” dice Binetti “La risposta delle istituzioni è lenta, ma le direttive europee sono state recepite in tempi brevi, e non è scontato in molti Paesi europei. I limiti sono più restrittivi, e il governo sta discutendo una norma per abbassarli ulteriormente. Solo la Danimarca ha limiti più bassi. Questo però è un problema di lungo periodo: gli Stati Uniti, che hanno iniziato a parlare di Pfas da prima di noi, prevedono di completare il monitoraggio entro il 2027 ed eliminarli nel 2029”. Inoltre Barbero spiega che in Piemonte il monitoraggio è organico e coordinato, ed è anche stata la prima regione, nel 2021, a fissare dei limiti per le emissioni di Pfas nelle acque superficiali.
“I limiti” interviene Valsecchi “servono per gestire un problema e comprenderne la dimensione. Se non agiamo i limiti verranno superati”. “Certo però è un bene che questi temi, oggi, non siano conosciuti solo dagli addetti ai lavori”, aggiunge Barbero.
“Non ci sono soluzioni facili” conclude Binetti. “Per ora, modalità di contenimento. L’Unione Europea sta studiando il problema, una filiera alla volta. Si studia il packaging, si sono già vietate le schiume antincendio, ma in alcuni contesti è inevitabile usarle. Bisognerebbe andare alla radice, evitando di produrli”.