Nasce il primo Community Land Trust: case fuori dal mercato speculativo nel quartiere Aurora

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I lavori sono iniziati da qualche mese in corso Giulio Cesare 34, nel quartiere Aurora a Torino. Se le tempistiche saranno rispettate – l’orizzonte è l’estate del 2027 – un palazzo di fine Ottocento avrà 16 appartamenti pronti ad essere venduti a prezzi ridotti rispetto al mercato, e così resteranno per sempre. Tutto ruota attorno a un modello abitativo mai visto in Italia: il Community Land Trust.

A raccontare il progetto è Karl Kraehmer, presidente di Clt Terreno Comune, fondazione di partecipazione costituita nel 2024 insieme alla Fondazione di Comunità Porta Palazzo, all’Associazione CoAbitare e al Comitato di Cittadini Clt Corso Giulio 34. Il modello non è nuovo, “nasce negli Stati Uniti negli anni Sessanta, nel contesto dei movimenti per i diritti civili, come strumento di emancipazione socioeconomica e accesso alla terra”, racconta Kraehmer. “Poi si è diffuso nel mondo anglosassone e, negli ultimi anni, anche in Europa continentale”. Nel mondo esistono ormai svariate centinaia di Community Land Trust. Torino è la prima in Italia.

“L’essenza del modello – spiega – è una proprietà collettiva del suolo che, attraverso una governance tripartita, costruisce case economicamente accessibili e le mantiene tali per sempre”. Il meccanismo è semplice, funziona separando la proprietà del terreno da quella degli appartamenti: il suolo rimane della fondazione, mentre alle famiglie viene venduto il diritto di superficie, ovvero la proprietà dell’appartamento senza quella del terreno su cui sorge.

Questa separazione permette di abbassare il prezzo, ma soprattutto di porre vincoli precisi: le famiglie possono abitarci per tutto il tempo che desiderano, come prima casa, ma non possono metterla a reddito. “È una proprietà del valore d’uso, non del valore di scambio”, sottolinea Kraehmer. E se in futuro decidessero di vendere, potranno farlo attraverso la fondazione, a famiglie in lista d’attesa selezionate con gli stessi criteri. Il prezzo non è libero: è ancorato a quello d’acquisto, con un aumento massimo del 25% sulla rivalutazione di mercato. Una soglia che non è arbitraria, dato che il valore di una casa dipende anche da come viene tenuta nel tempo, e quel margine premia chi se ne prende cura.

Prossimamente partirà la chiamata pubblica per selezionare le famiglie, con l’obiettivo di avere il gruppo formato prima dell’estate. Seguirà quasi un anno di percorso di accompagnamento, a partire da settembre, in vista delle vendite previste per l’estate 2027. Kraehmer spiega poi quali sono i criteri immaginati per l’accesso alle abitazioni: “Pensiamo a famiglie monoreddito con figli, che non hanno altre proprietà in Italia e che sono già in qualche modo in relazione con il territorio, che vogliono radicarsi nel quartiere”.

Il terzo pilastro del modello è la governance. Quando le famiglie entreranno, parteciperanno anche all’assemblea della fondazione, insieme a realtà del quartiere e ai fondatori. Il consiglio di indirizzo sarà diviso in tre parti uguali: rappresentanti degli abitanti, rappresentanti del quartiere, rappresentanti dell’interesse pubblico generale. “Non ci sono soltanto gli interessi di chi ci abita. Quello che succede dentro un palazzo ha a che fare soprattutto con chi ci abita, dopodiché ha a che fare con il valore del contesto”, osserva Kraehmer. E questa struttura serve anche a impedire che, nel tempo, si torni alla logica di mercato. “Governare in questo modo democraticamente la proprietà e il valore immobiliare – dice ancora Kraehmer – permette di contrastare la gentrificazione. Anche se migliorano infrastrutture, servizi e nomea del quartiere, abitarvi rimane accessibile”.

Sul rapporto con il Comune, Kraehmer è cauto ma fiducioso. “C’è un supporto sul piano politico. Non è ancora chiarissimo in che modo Torino voglia integrare questo strumento nelle sue politiche, ma crediamo che in prospettiva servirà una collaborazione più strutturata con il pubblico”. La strada che indica è quella degli immobili pubblici vuoti: cederli al modello Clt permetterebbe di abbassare significativamente i costi, rendendo il progetto sostenibile anche senza la straordinaria mobilitazione che ha reso possibile questo primo caso (oltre 80 persone e cinque associazioni). Per ora Giulio 34 è un progetto pilota, ma l’obiettivo è che non rimanga l’unico.

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