Se il giornalismo osa (e usa) l’intelligenza artificiale

“In un mondo dove aumentano i tiranni, c’è una tirannia che invece sta finendo, ma chi l’ha subita non sembra festeggiare. Anzi, chiede di poterla preservare ancora un altro po’, non si sa bene in attesa di cosa”. Così Marco Bardazzi iniziava provocatoriamente un suo articolo pubblicato dal quotidiano Il Foglio il 27 ottobre del 2025. Tema: la relazione dei media di informazione e dei giornalisti con l’intelligenza artificiale. Il tiranno è la logica della Search engine optimization (Seo), chi lo sta uccidendo è la nuova venuta la AI. Le vittime della sindrome di Stoccolma sono invece i giornalisti, i giornali e pure gli editori. E così, da questa provocazione, è iniziato il panel che ha inaugurato il secondo anno accademico dell’undicesimo biennio del Master in Giornalismo di Torino “Giorgio Bocca”, giovedì 5 febbraio 2025. Titolo: L’intelligenza artificiale non ucciderà il giornalismo. Anzi. L’intelligenza artificiale è un’ottima notizia per il giornalismo. Un punto di partenza che ha innescato, per merito di Bardazzi e degli altri discussant (in rigoroso ordine alfabetico: Federica Cherubini, Barbara D’Amico, Pina Debbi, Fabio De Ponte e Riccardo Terzi) un fertile elenco di parole chiave, coordinate, questioni. Ne avevamo già parlato qui, ora proviamo ad andare un po’ più in profondita.

Ma andiamo con ordine, ripartiamo dal ragionamento – provocatorio fino a un certo punto – di Marco Bardazzi, giornalista e Ceo di Beamedia. Davanti a una rivoluzione tecnologica che ha il potenziale di essere ciò negli anni Novanta dell’Ottocento fu il passaggio dalle carrozze all’automobile, a frenare gli entusiasmi di giornalisti ed editori è il modello business. Il sistema attuale, per quanto quasi morente, è basato sul traffico. Questo traffico, però, crolla quando l’Ai offre delle risposte soddisfacenti a sufficienza da non portare a cliccare sul link alla fonte. Quello che non viene considerato minimamente da chi si oppone all’Ai è – secondo Bardazzi – che rappresenta un valido strumento per tornare ai fondamentali della professione. Quello che, a differenza della Seo, l’Ai valorizza è l’autorevolezza, la qualità del contenuto. Con buona pace del traffico, spesso ottenuto dalla maccheronica combinazione di parole chiave in voga in quel momento. L’unico difetto di questa rivoluzione copernicana è la sostenibilità economica, che richiede un radicale mutamento del modello di business. Davanti a questo bivio, ci sono tante reazioni possibili. In un’esortazione che ricorda un po’ quella di Mario Draghi all’Eurocamera, Bardazzi invita alora i colleghi a provare, a sperimentare. Insomma, le scelte che si possono fare sono molteplici, ma “do something”!

Del resto, come ricorda con un’altra provocazione Riccardo Terzi, head of News partnerships southern Europe di Google,”non è successo tutto nel 2025. Ci sono report che da anni tracciano un cambiamento massiccio sulle modalità di fruizione dei contenuti. L’Ai, in questo senso, è solo lo step finale di un processo che è nell’aria da almeno una decina d’anni”. Fabio De Ponte, caposervizio Rai TGR Piemonte, e Giuseppina Debbi, vicedirettrice del Tg La7, aggiungono un tassello fondamentale, frutto di una ricerca molto ampia su come i giornalisti italiani (hanno risposto in 1370) stanno affrontando l’avvento della IA. Debbi e De Ponte sottolineano che per due giornalisti su tre l’Ai non ha cambiato il flusso di lavoro, ma è diventata infrastruttura quotidiana: trascrive, traduce, organizza. Il tema, quindi, non è se usarla o meno. La vera domanda da porsi è: chi sta conducendo il gioco? La sfida, per il giornalismo, non è tecnologica. È una questione metodologica, professionale e culturale. Se l’Ai diventa un coautore silenzioso, il rischio è che tutti convergano verso gli stessi strumenti, verso gli stessi output. Se le briglie rimangono in mano al giornalista, l’Ai può essere uno strumento utile a liberare tempo, migliorare la qualità e rafforzare il rapporto con il pubblico.

Tentativi

Per Marco Bardazzi, “sull’Ai c’è bisogno di sperimentare, di fare delle prove anche sbagliando“. Per il giornalista, è importante provare a suggerire strade alternative, anche se dovessero rivelarsi dei vicoli ciechi: “abbiamo sbagliato tante volte come categoria, sia come editori sia come giornalisti, nel corso dell’epoca digitale. Abbiamo sbagliato negli anni Novanta, pensando che internet fosse una vetrina dove caricare gratuitamente contenuti e capace di spingere le persone a comprare i giornali”. Secondo Bardazzi, la categoria ha poi avuto un approccio errato anche davanti ai blog e a Google News dei primi anni “perché non abbiamo capito quale modello di business creare”. E poi ancora, all’arrivo degli smartphone e del nuovo ecosistema della comunicazione. L’invito, che è anche una speranza, di Marco Bardazzi è quello di provare “a non sbagliare anche con l’Ai, che rappresenta un enorme cambio di paradigma”.

Credibilità

Provocatoriamente, si chiede Terzi: “Il crollo della fiducia nei confronti del giornalismo e degli editori è colpa delle piattaforme?”. E prosegue: “Il fatto che gli utenti chiedano esperienze multimediali, video, formati brevi, approfondimenti, podcast. Il fatto che il giornalismo sempre di più significhi costruire delle community e fidelizzare quelle community. Il fatto che gli utenti ci dicano sempre di più che non hanno fiducia negli editori perché sono connotati politicamente. La nascita dei creators, che gli editori vedono come una preoccupazione, una minaccia, invece che come un’opportunità, tutto questo è colpa delle piattaforme?”. Sul tema si è espresso anche Marco Bardazzi ai microfoni di Futura News.

Comunità e Community

“La domanda che si devono fare oggi le redazioni è che rapporto ho io con il mio pubblico?”. Così Barbara D’Amico. Non si tratta di inseguire i trend o capire cosa piace alla massa, ma di conoscere davvero i bisogni delle comunità. Secondo la giornalista, “è molto importante, paradossalmente, ritornare all’analogico e cioè tornare a costruire un rapporto diretto con i lettori e con le community. Con community non intendo gruppi di interesse che devono premere sulle redazioni e far fare alle redazioni ciò che è di loro interesse, ma persone e comunità con cui si può intessere un nuovo rapporto basato sull’ascolto e sulla reciprocità, sul confronto”. Secondo De Ponte, invece, “la community è la costruzione di una narrazione che si riferisce e parla a una comunità di riferimento. Siccome viviamo in un periodo storico in cui la società tende a bolle identitarie sempre più marcate e in un periodo storico in cui i conflitti aumentano tantissimo ritengo che costruire un giornalismo fatto per community sia molto pericoloso”. Nonostante funzioni sotto il profilo del marketing funzioni, aggiunge De Ponte, “il business dei giornali è la verità, non parlare a una comunità e alimentare una narrazione. Ovviamente sappiamo tutti che ognuno legge la realtà a modo proprio e questo è il motivo per il quale esiste il pluralismo e per cui esistono tanti giornali, ma è importante cercare di atterrare su una condivisione dei fatti”.

Il crescente calo di fiducia verso giornalismo ed editori, secondo Terzi, è un fenomeno complesso su cui giornalisti ed editori stessi, forse, si interrogano troppo poco. In un contesto dove gli utenti sono sempre più orientati a contenuti video, podcast e community indipendenti i creator emergono come nuovo modo di fare informazione, percepito però più come minaccia che opportunità dalle newsroom. Anche l’intelligenza artificiale e l’evoluzione della ricerca stanno trasformando profondamente l’accesso alle notizie. Si chiede però Terzi: “Davvero è tutta colpa delle piattaforme?”.

Editori e giornalisti

“La prima reazione di tanti editori all’Ai – spiega Bardazzi – è stata quella di fare una battaglia sul traffico, ma a mio avviso questa è una strada completamente errata”. Costruire sulla quantità invece che sulla qualità, secondo il giornalista, “è ciò che ci ha portato fuori strada”. Infatti, aggiunge, “chiedere alle autorità di costringere Google a evitare o a limitare i crolli di traffico mi sembra come chiedere alle autorità di costringere le persone a comprare i giornali di carta”. Al centro del discorso di Bardazzi c’è l’idea secondo cui “non possiamo chiedere alle autorità di costruire per noi un sistema solido, che duri nel tempo. Dobbiamo farlo noi”. Terzi racconta di una situazione disomogenea in Europa. Mentre in Spagna il dialogo con gli editori è più fluido, in Italia si nota una certa resistenza da parte della categoria. De Ponte e Debbi hanno commentato grazie allo sguardo empirico che deriva loro da una ricerca condotta su 1.370 giornalisti italiani. Secondo i due giornalisti, sono molti i colleghi che riferiscono di non aver ricevuto formazione da parte degli editori e di aver dovuto fare ricorso all’auto-formazione. Che cosa rende il panorama editoriale italiano diverso da quello di altri Paesi? Lo abbiamo chiesto a Federica Cherubini, direttrice dello sviluppo della leadership presso il Reuters Institute for the Study of Journalism.

Imbuti

Secondo Terzi, “né Google né gli editori fermeranno il fatto che i chatbot siano un’esperienza di totale cambiamento delle modalità degli utenti di cercare le informazioni“. E infatti, “l’arrivo dell’Ai dentro a Google Search è da paragonare ad un imbuto”. Nella parte alta di questo imbuto dell’esigenza di informazione si trova “il giornalismo che fa clickbait e ottimizzazione seo”, mentre la parte bassa è costituita da “utenti che cercano la qualità, l’approfondimento”. Il valore, argomenta Terzi, risiede proprio nella parte inferiore dell’imbuto, “sulla quale dobbiamo costruire la collaborazione di domani ed è per questo che per noi l’articolo di Marco Bardazzi su Il Foglio non è stato una provocazione, ma una boccata di aria fresca”.

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